“ALLA VOLTA DI LEUCADE”: Nazario Pardini legge “inediti” di Marisa Cossu

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  1. PARDINI LEGGE “INEDITI” DI MARISA COSSU

Marisa Cossu: Cinque poesie inedite

Marisa Cossu,
collaboratrice di Lèucade

Cinque poesie che mettono bene in luce la maestria della Cossu nel giocare coi versi; nel trasferire i suoi abbrivi esistenziali in parvenze naturali, in analogie intime, in corpi di valenza visivo-mitologica o naturistico-riflessiva, per dare concretezza al pensamento, all’urgenza della spontaneità. Non è certamente nuova l’apparizione di questa poetessa sull’isola, ne è una valente collaboratrice, e i suoi interventi hanno sempre reificato cultura, sentimenti, saudade, rêverie, memoriale in un realismo lirico di coinvolgente naturalezza. Le liriche di questa piccola silloge sono state particolarmente apprezzate dalle commissioni dei Premi Letterari a cui hanno partecipato, conseguendo primi e secondi posti. Ma cerchiamo di capire il quid di tale apprezzamento: i versi ci ammaliano alla prima lettura per la musicalità dello spartito su cui si distendono. Endecasillabi e settenari ri-lucidati in chiave moderna; un andare sicuro e spigliato che fa del principe dei versi l’arma vincente del canto. Ci viene in mente il violino della Primavera di Vivaldi, o il coro A boca serrada della Butterflay, insomma una serie di note che fanno da ecfrasi a monumenti ispirativi di particolare conturbamento: Saffo, l’Elba… e la poetessa, adusa alla scrittura, al fascino dell’Arte, dà tutta se stessa alla storia, ai fatti, alle combinazioni, al mito, perché sulla pagina si facciano nuovi, ontologicamente significanti, capienti dell’intendere e del sentire. Il tutto si concede ad una euritmia che avvolge, dando la dritta al dettato poetico. Saffo la grande, la suggestiva, la pensosa, la inquieta; la poetessa che andava in cerca di burrasche e temporali, di fragori marini su scogli dissestati per trovare una equivalenza al suo soffrire; al suo dicotomico contrasto fra la bellezza dell’anima e la bruttura del corpo; Saffo che bramava la morte per non far contaminare dalla vita l’attimo superbo dell’eros:

 

… Era soffuso

il palpito di brezza sopra il seno

voglioso di carezze e impallidiva

ancor di più nel cielo il corpo vago

ai nostri abbracci.” “Come si potrebbe

pensare ad un banchetto senza canto,

senza il suono del flauto così querulo

ma subito propizio con il suono

a dare gioia all’anima.” “Volevo

che tutto il mio sentire si spegnesse

nella notte soffusa e che l’immagine

non guastasse la luce. Era la morte

ch’io bramavo nell’attimo superbo

di eternare la gioia dell’amore… (N. Pardini: Alla volta di Lèucade. Da Safffo a Anacreonte, Viareggio, 1999).

 

La Cossu si rifà alla rupe bianca del mitico scoglio di Lèucade, alle pene d’amore, all’abbandono di Faone. Si rifà al salto nell’oblio di particolare fascino, contornandolo di impennate creative profumate di leggiadro vento, di rive sabbiose, di passo di stormi, di rupi bianche, di tocchi “leucadiani”. Immagini cariche di pathos che si fanno involucri di guizzi emotivi in campi semantici ampi e distesi. Questa è la grandezza della scrittrice: saper concedere alla melodia voli odissaici che vanno oltre l’umano; fino al sommerso porto Argivo dell’isola d’Elba, dove:

Il mito è ancora qui

sui ciottoli screziati delle Ghiaie

tra l’acque del sommerso porto Argivo…

 

Un mitopoietico intervento con cui far brillare di luce propria l’antico fulgore del tempo. E se ci fosse ancora bisogno, per dimostrare quanto la Nostra invigorisca il presente di un simbolismo mitologico da tramandare al futuro, e quanto rispetti il ruolo della poesia col suo neoclassicismo che punta al ricupero di una tradizione formale alla ricerca del canto, eccovi due sonetti di puro stampo nostrano: caudato e elisabettiano: una vera padronanza della metrica, dei suoi giochi formali, dei suoi allunghi sintestetico-allusivi, del suo euritmico abbraccio del tutto. La carrellata termina con la poesia dal titolo Il terrazzo, dove il memoriale con elegante leggerezza sfiorato, i rampicanti gelsomini, il terrazzo del sole, la canzone del vento, le sottili dita, le sàrtie degli alberi maestri allineati a riva, il lamento zigano, la rauca sinfonia del Maestrale, il sentimento del bel tempo perduto, le tenere spore, la tempesta, la pioggia, il mare, il mio cuore abbagliato, il sogno, l’amore:

 

Se tu ci fossi, amore,

ti chiederei perché tagli quei rami,

perché sorridi quando grida il mare,

quale ossimoro strano

sul terrazzo del sole ti commuove.

 

si distendono in una rapsodia di suoni, sapori, visioni; un mix di sensazioni ora intuitive e ora corporali, cenestesiche vicine a antropiche trasfusioni di sapore dannunziano (scorre la linfa nelle bocche nuove;/ ma come piove), completano un quadro di estrema plurivocità compositiva: un polisemico affondo che fa del verbo un trampolino di lancio oltre il senso, oltre il canonico topos del linguaggio, dacché proprio la poesia sente forte il bisogno dell’azzardo.

Di sicuro   non si può dire che la Cossu appartenga a quella corrente sperimentale basata sulla riforma prosastica del verso che ha cercato di egemonizzare la poesia italiana del tardo ‘900 fino ai nostri giorni, quanto, piuttosto, alla positura classico-novatrice di quei validi autori che fanno del ritmo, della misura, della creatività, della rielaborazione endecasillaba il cuore del poièin.

 

Nazario Pardini

02/09/2018

 

A Saffo

 

Se vuoi vieni con me,

indossa la tua veste profumata,

la trasparenza vaga come il tempo,

ti sia leggiadro il vento.

Sono già qui dove l’Antico batte

sulle rive sabbiose la sua forza;

passano stormi sulla rupe bianca.

Oh Lefkas, ferma il volo in una rete!

Già la veste si libra su guaìne

di mirto e l’onda assale con un grido

il gesto di farfalla .

Eccomi dove l’abito

è rimasto impigliato,

dove si staglia l’isola allo sguardo,

il luogo a me più caro,

dove il cuore è sepolto nell’incàvo

delle rocce e la sabbia

è bianca più del volto.

 

 

All’Elba

 

Il mito è ancora qui

sui ciottoli screziati delle Ghiaie

tra l’acque del sommerso porto Argivo;

forse nessuno prima aveva visto

i naviganti eroi cercare il vello

e riposare stanchi sulle rive

di antichi santuari in fondo al mare;

forse nessuno ancora aveva visto

i relitti del tempo riaffiorare

dove il futuro a navi immaginarie

riservava il compianto,

un silenzio marino di campana

rapita dagli abissi del dolore.

Ma il grido è ancora qui:

rifrange l’eco il pianto di un amore

immemore e consunto

e l’isola prescelta dalla Dea

verdeggia ancora intorno alla dimora

che s’affaccia silente e misteriosa

tra le rocciose grotte presso il mare.

A te perla Aethalia il dolce canto,

a te il Tirreno guidi i suoi delfini.

Ti sia propizia l’onda

e lieve il Maestrale.

 

 

“Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”

(cit. E. Montale – sonetto caudato)

ABAB ABAB CDE EDC cFF

 

Si compie a sera l’arco dei viventi:

ne rimane il riflesso che trattiene

segni finiti in pallidi momenti,

pietrificate cose, vane pene;

 

che cosa siamo dentro quei frammenti,

quale mortale forma ci contiene!

Siamo nomi già detti, fari spenti,

soffi di vita che non ci appartiene;

 

forse miti pensati nell’ignoto,

simili a forma d’acqua che si scioglie,

nel fiume della vita, e non vediamo

 

“ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”;

nel mutamento che tutto ci toglie,

culliamo le illusioni dentro il moto;

 

poi si ferma nel vuoto

l’appassionante corsa dell’altrove

verso il Fattore che l’eterno muove.

 

 

Condizione

(sonetto elisabettiano)

 

Ritroveremo quello che scompare

in una zona tra la vita e l’oltre

e resteremo attoniti a contare

luci che, avvolte in una spessa coltre,

 

arano nella nebbia le insidiose

corsie del nulla. Alla fine sapremo

dove si scioglie il nodo delle cose

e forse solo in quel confine estremo

 

si darà forma al tutto chiaramente.

Saremo libri scritti nella notte,

sillabe di un inchiostro trasparente,

fantasmi sulla scia di ignote rotte;

 

la tirannia del Tempo ci misura,

della pochezza umana non si cura.

 

 

Il terrazzo

 

Gemmano rampicanti gelsomini

sul terrazzo del sole;

ma come piove! Va nell’aria greve

la canzone del vento

e la pioggia la fila,

con le sottili dita, tra le sàrtie

degli alberi maestri

allineati a riva.

È zigano lamento

la rauca sinfonia del Maestrale,

un sapore di sale

disteso sulla pelle, il sentimento

del bel tempo perduto.

Ieri hai potato i rami e già rivive

il nucleo verdeggiante e delicato

delle tenere spore

e l’acqua le disseta:

scorre la linfa nelle bocche nuove;

ma come piove! Fuori c’è tempesta,

dentro la stanza è il mare,

un luccichio che resta

sulle pareti come ondoso quadro;

intanto scava il ritmo delle gocce

nel mio cuore abbagliato,

e mi allontano, chiudo la finestra,

ti cerco ancora dopo aver sognato.

Se tu ci fossi, amore,

ti chiederei perché tagli quei rami,

perché sorridi quando grida il mare,

quale ossimoro strano

sul terrazzo del sole ti commuove.

 

Marisa Cossu 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Grazia Deledda” di Marisa Cossu. Rivista letteraria”Euterpe 27″ di Lorenzo Spurio

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Grazia Deledda

 

“Io son pallida e bruna.

Un amor fiero – svela l’oscura mia pupilla mesta …”

 

Generazioni di giovani contemporanei si sono forse imbattuti, nel corso degli studi, solo superficialmente, e per breve tempo, nella figura e nell’opera della volitiva scrittrice sarda, prima e unica donna italiana premiata con il Nobel della letteratura nel 1926  per il romanzo  “Canne al vento”.

La lettura delle sue opere dà l’idea della difficile condizione delle donne fino ai giorni d’oggi e delle immani sfide che ciascuna ha dovuto affrontare per affermare la propria dignità e ottenere le pari opportunità sociali e civili.

L’Autrice nacque a Nuoro nel 1871. La sua vita, appartata all’interno di un piccolo paese della Barbagia, la consuetudine al rispetto delle consolidate tradizioni culturali proprie dell’ambiente di vita, le limitazioni al desiderio di volare lontano imposte dalle convenzioni dell’epoca, fecero della Deledda una voce solitaria e contrastata nel panorama letterario sardo e nazionale, sia in quanto donna, sia perché completamente assente ai fermenti culturali e sociali del periodo storico.

Di nobile ed abbiente famiglia, le furono tuttavia preclusi gli studi cui aspirava fin da bambina e, terminata la quarta elementare, fu autodidatta mediante la lettura dei più importanti scrittori del panorama europeo.

Subì quindi i limiti e l’arretratezza non solo dell’epoca coeva ma anche quelli imposti da una cultura primitiva, priva di affetti, isolata e padronale; tuttavia è in questo ambiente familiare e culturale che la fanciulla iniziò a maturare i propri sogni, il piacere della scrittura tutta segnata dalle esperienze delle forti passioni evocate dai personaggi del suo paese di cui, tra verità vissute e verità immaginate, narrava i turbamenti, le vendette e le più aspre tensioni, nelle relazioni umane e in quelle d’amore.

La Sardegna, isola di ancestrale bellezza, archetipo di tutti i luoghi, era ed è sotto alcuni aspetti, una terra senza tempo dove si consumavano i drammi narrati dalla Deledda.

Amante della letteratura, voleva emergere, guadagnarsi da vivere in modo autonomo con le sue opere, ma restava comunque una “illetterata” per l’insufficiente preparazione scolastica. Nei suoi brani narrativi spesso compariva in modo prepotente l’espressione dialettale che contribuiva a colorare i personaggi. La sfida alla società sarda fu sicuramente dura, ma anche in Continente non fu mai apprezzata abbastanza. Perfino al Nobel fu appellata dai giudici “bella signora”, all’atto dell’attribuzione  del prestigioso premio.

La poetica dell’Autrice, colma di sentimenti intensi e selvaggi, si avvale di un’etica patriarcale mossa dalla presenza del fato, preda di forze superiori nelle quali le fragili e dolenti vite degli umani sono come “ canne al vento”. La Deledda sembrò credere, come i naturalisti, in un mondo oggettivo, volle essere oggettiva mentre in realtà rappresentava spesso se stessa nelle donne create dalla sua fantasia

L’arte di Grazia Deledda non è certo inconsapevole, primitiva, senza radici di cultura. Lo testimoniano le sue avide letture di fanciulla, che si andava formando alla scuola del naturalismo italiano, cui seguirono i più ardui esemplari francesi o russi del romanzo contemporaneo “per irrobustire le proprie facoltà di narratrice con l’ostinato proposito di divenire scrittrice epica” (G. Bellonci).

La lettura in età adolescenziale del Boccaccio, del Tasso e del Goldoni, del Manzoni, e in età giovanile di V. Hugo, Balzac, Verga, Fogazzaro, Dumas ed altri, contribuì a creare dapprima dipendenza dai modelli prestigiosi cui si ispirava e in seguito, un certo disordine nella sua cultura, come si osserva dai giudizi resi sull’opera di innumerevoli Autori, che ebbero, comunque, grande  influenza sulla sua scrittura.

Dice di Eugenio Sue, maestro di Dostojevkij, “ quel gran romanziere glorioso o infame, secondo i gusti, ma certo molto più atto a commuovere l’anima poetica di un’ardente fanciulla”. Del Cavallotti dice: ”è il più grande poeta contemporaneo d’Italia”.

La Deledda scriveva poesie sotto l’influsso dei poeti minori dell’epoca, entrati nel vasto e arruffato mondo delle sue conoscenze. Si disperava:”non avrò mai il dono della buona lingua italiana”.

La produzione letteraria in merito al folklore sardo ci ha dato una notevole raccolta di leggende e delle costumanze della Barbagia ed ha permesso all’Autrice di entrare in sintonia con il popolo, con gli oppressi dalle regole morali e dal fato. Tutti i suoi personaggi entrano in questo girone di perdizione e di espiazione: ”l’anima umana pecca, ma nel peccato stesso c’è il castigo”.

Notorietà nazionale le venne dopo che il critico Ruggero Bonghi ebbe scritto la prefazione al romanzo “Anime oneste” (Milano, 1895); “il romanzo si costruisce sulle vicende dei parenti e servi più vicini, in una trasposizione fantastica immersa in un paesaggio che aprì alla sua animai larghi orizzonti d’infinito” (Goffredo bellonci); ma il primo romanzo a decretarle successo e riconoscimenti fu ”La giustizia” (Torino 1899), in cui abbandona in parte gli schemi narrativi della prima giovinezza e raggiunge forte profondità e impegno. Vi compare una vera passione morale, cupe atmosfere di colpa. Il rifarsi al mondo sardo non significa, in questa fase, adesione ai moduli del romanzo verista originatosi in Italia con le opere di Capuana e Verga, nè la descrizione di un mondo provinciale delle ragioni economiche della vita umana, bensì una visione lirica e fiabesca del paesaggio e dell’ambiente all’interno del quale si agitano le passioni e i sentimenti dei personaggi, immersi in vicende contraddittorie che preannunciano dolorose espiazioni e vani tormenti.

Gli aspetti materiali sono sfondo di un’ostinata evocazione di psicologie tormentate, incarnate in personaggi schiacciati dal dubbio morale e consumati da lunghe e morbose preoccupazioni. Questi aspetti sono presenti in “Elias Portulo” (Torino, 1903).

Nella descrizione dei personaggi e degli eventi, la Deledda esercita una notevole competenza ad entrare nelle pieghe più intime dell’animo umano, dando forza alla tradizione decadente dell’epoca letteraria. La sua tenacia morale era dono della sua terra. Forse quel mondo non era riconoscibile dai sardi perché trasfigurato dall’immaginazione della scrittrice; ma è sarda la passione di colei che cerca di esprimere in forme epiche il proprio spirito e che ricrea la propria terra per dare un luogo non troppo distante e solitario ai personaggi dei suoi romanzi e ai loro drammi umani.

Il sentimento religioso, contribuì ad affinare la sensibilità dell’Autice ed entrò largamente nell’intimità dei pesonaggi: ”Il giudizio universale è sulla terra a tutte le ore    … Dio non è il dio dei morti, è il Dio dei viventi…è detro di noi…”

Trasferitasi a Roma nel 1898 pubblicò un gran numero di romanzi e di racconti, alcuni di scarso rilievo letterario, altri di grande successo (Cenere, La via del male, L’edera, Il nostro padrone, Le colpe altrui, Marianna Sirca) e il famoso “Canne al vento” (Milano 1913) che le valse il premio Nobel. In questa opera l’espiazione della pena sfuma in accenti fiabeschi sullo sfondo di paesaggi popolati da spiriti, di paesi in rovina, di vecchie famiglie chiuse in un cupo orgoglio. Il mondo poetico diventa sempre più ampio e vi subentra l’attenzione alle nuove classi sociali. A Roma fu anche in contatto con sceneggiatori e registi per la traduzione in opere teatrali o filmiche, delle sue narrazioni, specialmente novelle e racconti.

“Cosima”, opera postuma, rivela il turbamento e i pensieri della protagonista malata di cancro: qui Grazia Deledda narra i suoi stessi tormenti, la malattia che la condusse alla morte nel 1936. Chi fu allora questa illetterata letterata? Quanto e quale amore per la scrittura la spinse alle sfide di cui si è scritto? Una donna tenace, testimone del suo tempo, innamorata profondamente della propria terra, lettrice attenta dell’animo dei suoi personaggi e  figlia di un’appartata lontananza dal Continente.

 “Aveva una carnagione bianca e vellutata, bellissimi capelli neri lievemente ondulati, e gli occhi grandi, a mandorla, di un nero dorato a volte verdognolo con la grande pupilla appunto di razza camitica che un poeta latino chiamò doppia pupilla, di un fascino passionale irresistibile”.

Questa la descrizione di Cosima, il suo “io” allo specchio, mentre fuggiva la vita e inaridivano le suggestioni della sua terra.

Tra il 1943 e il 1955 le opere di Grazia Deledda furono raccolte in un unico volume.

Marisa Cossu

 

Libri consultati:

  1. Panerai,Scrittori italiani dal Carducci al D’Annunzio
  2. Deledda, i Nobel, 1926, Ed.UTET
  3. Bellonci, in “L’isola” del 13- 10-1937
  4. Flora, Dal Romanticismo al Futurismo, Milano 1925

Grazia Deledda

All’Elba

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Isola d’Elba

All’Elba

 

Il mito è ancora qui

sui ciottoli screziati delle Ghiaie

tra l’acque del sommerso porto Argivo;

forse nessuno prima aveva visto

i naviganti eroi cercare il vello

e riposare stanchi sulle rive

di antichi santuari in fondo al mare;

forse nessuno ancora aveva visto

i relitti del tempo riaffiorare

dove il futuro a navi immaginarie

riservava il compianto,

un silenzio marino di campana

rapita dagli abissi del dolore.

Ma il grido è ancora qui:

rifrange l’eco il pianto di un amore

immemore e consunto

e l’isola prescelta dalla Dea

verdeggia ancora intorno alla dimora

che s’affaccia silente e misteriosa

tra le rocciose grotte presso il mare.

A te perla Aethalia il dolce canto,

a te il Tirreno guidi i suoi delfini.

Ti sia propizia l’onda

e lieve il Maestrale.

 

Marisa Cosssu

ICARO

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Matisse, Il volo di Icaro

 

 

Mi prende voglia di provarci anch’io,

aprire di me stesso il labirinto

sciogliere il laccio da cui sono avvinto

 verso il sole volare come un dio.

 

Icaro guarda dal suo mito il mio,

larghe le ali che di pece ho tinto

-nel quadro di Matisse son dipinto-

attratto dal supremo barbaglio

 

del Sole eterno, e forte frenesia

 mi spinge dove non si può salire,

né mutamento aiuta a ritornare

 

della mia apoteosi in fondo al mare,

se non sciolto nel fuoco per morire,

uccello, uomo, qualunque cosa sia.

Marisa Cossu

 

Aspetterai

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Senza di me navigherai sperduto

per onde e mari dalle vaste rive

e non potrai voltarti per vedere

che cosa mi trattiene e lega a terra.

 

Aspetterai che il passero ritorni,

come ai bei tempi, a saltellarmi intorno,

che mi susciti amore e una carezza;

ma null’altro che il vuoto mi raccoglie,

 

la notte mi ghermisce per la veste,

 liquida mi discioglie nella forma

dell’acqua senza posa e sono fiume

 cantato dai poeti, quel Galeso

 

dove vivemmo il mito , il dolce vino,

l’incanto della prima giovinezza.

Tu, Sole, eterno passi in alto: segui

quell’arco che ci sfugge e in ombra muore.

Marisa Cossu

La rondine

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Sul filo della luce indugia il volo

di una rondine stanca di cercare

l’aria serena che dai monti al mare,

più non ritrova e triste mira il suolo

 

dove di fumo grigio han fatto dolo

gli uomini che non sanno più sognare,

torri di ferro pronti ad elevare,

mentre sale dal mondo un alto duolo.

 

Come la rondinella sopra il filo

sto coi pensieri sulle gronde nere,

m’angustia il luogo, questo strano asilo;

 

sogno l’estate, dolci primavere,

quando all’ameno tetto del ritorno

andava il cuore in un azzurro giorno.

Marisa Cossu

Solstizio d’estate

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“ È nel mutamento che le cose trovano quiete”

(Eraclito)

 

Solstizio d’estate

(stanza di canzone)

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Qual è la spiegazione

per cui si ferma Febo nel solstizio

d’estate e accresce questo lungo giorno

la cercata illusione

di eternità del sole, il caldo indizio

che nulla muoia intorno

e che di luce chiara sia l’inizio;

ma breve è questo inganno

che la bilancia regge sul suo perno:

 tra gli opposti d’eterno

oscilla come ossimoro fittizio

a pensare un altrove inesistente

dove gli opposti cadano nel niente.

 

Viviamo questa intensa luce estiva

dimenticando il buio che ci attende

mentre già un’ altra notte in terra scende.

Marisa Cossu

L’UTOPIA POETICA di Marisa Cossu

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MARCO DEI FERRARI: “L’UTOPIA POETICA NEL “PROGETTO” DI MARISA COSSU”

 

 

Marco Dei Ferrari, collaboratore di Lèucade

 

COMMENTO DI MARCO DEI FERRARI AL SAGGIO SULLA POESIA DI MARISA COSSU PUBBLICATO SU LEUCADE IL MESE DI MAGGIO COME DA LINK

 

https://nazariopardini.blogspot.it/2018/05/marisa-cossu-per-un-progetto-di-nuova.html

 

 

L’UTOPIA POETICA NEL “PROGETTO”

di

MARISA COSSU

 

Marisa Cossu in un pregevole prospetto-progetto analitico ha ricercato un “senso” al “fare” poetico contemporaneo e ci offre spunti di ragionamento molto intensi e stimolanti.

Ad esempio: le ricerche “neuro” in atto; il rapporto artisti-scienziati in divenire; il correntismo-frazionismo dilagante; il dominio irreversibile del mercato che uccide la libertà creativa dei poeti (artisti); il declino dei “temi” fondanti e del linguaggio (confuso) ancora lontano da un “nuovo” tracciare poetico…

Tali considerazioni sono rilevanti per il secolo XX come la compatibile assonanza tra principi socio-politico dominanti e risposta poetica sino alla barbarie e all’orrore del martirio di intere popolazioni.

In effetti dopo il 1945 (così Adorno sembra esprimersi) si stenta a trovare la via artistica della libertà, dell’amore, della bellezza, ecc. e si entra in un intimismo manieristico e micro-letterario ovvero in un rifugio privato e personalizzato che rifiuta l’oggettività della realtà circostante dei fattori storici-socio/culturali-economici.

La sequenza successiva e l’avvento del tecno (intelligenza artificiale,robotica, ciberspazio, ecc. ecc.)costituisce la negazione finale dell’espressività libera e umanistica da qualsiasi punto di vista.

Le persone e le cose si smarriscono nel digitale e il web domina la scena.

Non basta il “travaso” poetico di Contini, né bastano gli “indicatori” di Domenici (citati dalla Cossu): tutto il 900 poetico viene travolto dal dilagante potere della tecnetronica mediatica: né dolore, né amore possono resistere al tornado, perché l’essere umano trasformandosi progressivamente perde valore e consistenza e rinnega quindi i valori-fondatori.

Non basta la tradizione, né lo “sperimentalismo” frenetico denunciato da Nazario Pardini, né il “volo” perduto del poeta oltre il confine nel tentativo estremo di attirare in versi il sentire e la condivisione di sentimenti nobili, ma in crisi. Neppure è sufficiente la capacità dell’attività poetica di cambiare il mondo come sostiene Octavio Paz. L’empatia tra artista-opera-fruitore si riduce ad un’espressività pubblicitaria ingoiata dai   mass-media tecno: nulla di più.

Oggi la “poesia” è solo un’indicazione linguistica, un esercizio schematicamente vuoto che non cambia nulla, ma subisce la globalità del tutto e Linguaglossa con il suo coraggioso lodevole obiettivo (il grande progetto) si trasforma in filosofo di un’ontologia estetica che rimane confinata negli ultimi residuali “umani” operatori di arte letteraria, in attesa della “rivoluzione” definitiva che robot e avatar (immagini in rete) umanoidi tradurranno in estinzione nella “realtà virtuale” di valori e memorie emozionali.

Il futuro è iniziato. Comunque sia rimane interessante il “progetto” (a mio avviso senza speranza) di Marisa Cossu che ritengo “difensore” in trincea estrema di stimoli comunicanti già peraltro condannati dal XXI°secolo irreversibilmente. “Rifare l’uomo” è l’appello iniziale del “progetto”, ma di quale “uomo” stiamo parlando? Di quale prospettiva etica o di quale interiorità discutiamo nel mondo dei robot super-intelligenti, dei post-umani con banchi di memoria caricati nel cervello e impianti per affinare i sensi eliminando i geni letali?

Si prevede che la nostra “intelligenza biologica” sia solo un fenomeno transitorio nell’evoluzione universale e che entro il 2100 sarà predominante la presenza di robot forse non “separati” da noi, ma connessi. Tutto ciò dimostra che l’interiorità quale oggi concepiamo, si relega in mini-dimensioni marginali destinate alla scomparsa.

Il futuro è iniziato; la gestualità interiormente creativa come la “poesia” (così oggi la interpretiamo) è finita.

 

Per un progetto di “nuova” Poesia

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martedì 22 maggio 2018

MARISA COSSU: “PER UN PROGETTO DI “NUOVA” POESIA”

 

 

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“ALLA VOLTA DI LEUCADE”

Marisa Cossu, collaboratrice di Lèucade

 

Per un progetto di “nuova” poesia

 

“Rifare l’uomo, questo il problema capitale.

Per quelli che credono alla poesia come a un gioco letterario, che considerano ancora il poeta un estraneo alla vita, uno che sale di notte le scale della sua torre per speculare il cosmo, diciamo che il tempo della speculazione è finito. Rifare l’uomo, questo è l’impegno”.

(Salvatore Quasimodo)

                                                  

Chi sono i poeti? Che cosa è la Poesia?

A che cosa serve la Poesia?

Abbiamo bisogno della Poesia nell’era tecnologica?

 

Tali domande non possono trovare risposta se non dalla definizione di “poesia” nel cui ambito si prospettino sia la figura, il ruolo e la funzione dei poeti, sia le basi di una “nuova” poesia. Essa deve essere ripensata in una prospettiva etica capace di sconfiggere la solitudine e l’incomunicabilità dell’era tecnologica. La poesia deve quindi esplicare una funzione comunicativa forte ed empatica fuori da schemi precostituiti, ma strettamente collegata alla tradizione letteraria che i poeti hanno lasciato all’umanità come segno spirituale, forza della parola e fatto estetico. Molti critici e poeti hanno dedicato alla poesia affascinanti attribuzioni: atto di pace, corrimano cui appoggiarsi, atto d’amore, faro, etc.; ma da qualsiasi angolo la si guardi la poesia resta centrale nella vita umana, anzi ne costituisce il cuore. Ninnj Di Stefano Busà dice che la poesia “origina dal complesso ingranaggio cuore-mente”, affermazione che spiega le basi neurobiologiche del substrato in cui nasce il fatto poetico. La neuro-estetica e le neuroscienze, fissano un rapporto cervello-psiche ed opera d’arte ora apprezzabile e misurabile mediante indagini ottenute con strumenti tecnologici sempre più precisi (tac, pec, etc.). Tali indagini registrano l’attivazione delle zone del cervello deputate a segnalare le emozioni; infatti, posti di fronte ad un’opera d’arte, si attivano nel fruitore, zone del cervello in cui i neuroni specchio consentono di stabilire quali “sintomi” siano costanti in questa relazione. Certo siamo nel campo di una ricerca avanzata; ma lo stesso Kandisnsky, in “Lo spirituale nell’Arte”, afferma che “l’artista è il miglior neurologo di se stesso”. Le risposte alle domande iniziali di questa riflessione, ricercate da critici e poeti, sia pure in un lavoro che inizia ad essere interdisciplinare tra scienziati ed artisti, sono tuttavia vaghe e talvolta confuse: nessuno sa che cos’è la poesia e, di conseguenza, è quasi impossibile stabilire il ruolo dei poeti, il loro compito. Dal momento che si riconoscono alla tradizione letteraria i fondamenti e il lascito incommensurabile dei nostri predecessori, su tale solco è necessario muoversi per innovare e costruire originali progetti di poesia. Parlo di progettualità più che di un dannoso correntismo (o manierismo) che finirebbe per svuotare di senso i pensieri, le parole, le emozioni, cioè i contenuti cognitivi e spirituali da cui origina la poesia. Spesso leggiamo elenchi di parole ad effetto in composizioni vuote di comunicazione ed empatia; altre volte gli autori compongono seguendo i rigidi schemi della metrica tradizionale, perdendo di vista l’onda delle emozioni, il canto che fluisce liberamente dall’interiorità; altre volte ancora si cade in un simbolismo accentuato che non può essere considerato metafora o in un realismo da lista della spesa, un frammentismo opportunistico. La poesia può essere anche in tutte queste manifestazioni, così come si ritiene che essa, la bellezza, l’amore, siano il cuore pulsante della vita; tuttavia, cresce in maniera esponenziale la produzione poetica in un mondo editoriale consumistico e poco attento: sui social imperversano poeti ed autori di ogni tipologia; in modo inversamente proporzionale, scarseggia la qualità delle proposte concettualmente e stilisticamente fondate. Scrive Paul Valéry; “il mercato universale ha prodotto oggi un’arte più ottusa e meno libera”. Ciò avviene perché è mutata la società, il modo di comunicare, le relazioni interpersonali; si sono persi punti di ancoraggio, il linguaggio “meticciato” si è sostituito gradualmente alla lingua italiana e il “sentire” è inaridito dall’indifferenza, la bruttezza, la bulimia di possesso. Del resto il poeta è “interlocutore privilegiato” e testimone del suo tempo, quindi non può alterare il rapporto con il pubblico, un rapporto complesso condizionato da un insieme di fattori storici, socio-culturali, economici. Tale rapporto si fa via via sempre più sfuggente, a mano a mano che la società diviene più complessa e“liquida”. Nei primi decenni del secolo XX, alla crisi dei regimi liberali corrispose un generale disorientamento ideologico. Alla perdita di identità molti letterati ed artisti reagiscono accentuando la propria diversità. Si prediligono linguaggi aggressivi tendenti a sottolineare l’eccezionalità dell’esperienza artistica. All’opposto, intellettuali organici al potere aderiscono al momento storico. Nel secondo dopoguerra, il poeta si fa carico di una coscientizzazione del linguaggio poetico: dopo gli orrori dello sterminio di intere popolazioni, dopo il decadimento dell’umanesimo, dopo la totale disumanizzazione, è ancora possibile che la poesia viva?

Mi piace citare Theodor W. Adorno:

“Il dolore incessante ha tanto diritto di esprimersi quanto il martirizzato di urlare. Perciò forse è falso aver detto che dopo Auschwitz non si può più scrivere una poesia … L’Arte che non è più affatto possibile se non riflessa, cioè presa se non come problema, deve da sé rinunciare alla serenità. E la costringono innanzitutto gli avvenimenti più recenti, il dire che dopo Auschwitz non si possono più scrivere poesie non ha validità assoluta, è però certo che dopo Auschwitz, poiché esso è stato e resta possibile per un tempo imprevedibile, non ci si può più immaginare un’arte serena”.

Ammesso che la poesia alberghi ancora nel mondo tecnologico, paradossalmente caratterizzato da scarsa comunicazione e da grande solitudine, dobbiamo riflettere sui motivi dell’esperienza creativa del pensiero e del linguaggio che viene universalmente considerata necessaria perché connaturata all’essenza dell’uomo. La parola riacquista un senso solo nella chiarezza del suo valore semantico, se aderisce al cuore di chi la compone in versi o in prosa, di chi la pronuncia per nominare cose, persone, istituzioni, cioè se sa volare oltre la presenza dell’oggetto, facendosi essa stessa oggetto, per carpire tutte le sfumature che colorano la vita e fanno intravedere in modo profetico lo sconosciuto fine verso cui si corre senza tregua. La Poesia, come l’essere, si cela dietro un velo in attesa di essere scoperta ed amata spingendo verso una perpetua ricerca cognitiva e spirituale oltre che estetica e linguistica. La fortuna goduta dall’opera di Dante è dovuta alla sua forza di incidere nell’immaginario collettivo, comunicando parole e figurazioni ancora presenti nella tradizione contemporanea. Come ha sostenuto G. Contini nel suo saggio “Un’interpretazione di Dante, 1965”, è segno della sua “traducibilità” da un sistema culturale ad un altro, da un sistema poetico ad un altro. Ci insegna che ogni epoca letteraria appartiene ad una tradizione linguistica e culturale da riconoscere come propria e a cui rifarsi. Da dove ripartire perché la poesia del nostro tempo sia aderente ai valori fondamentali umani? Il Prof. Domenici in uno dei suoi saggi “La poesia tra etica ed estetica”, sostiene che un progetto di nuova poesia nel tempo della crisi non può trascurare alcuni elementi cardini che consistono: “1) nell’alterità, ossia l’apertura all’altro per dirla con Levinàs, e al proprio tempo; 2) nella forza della parola poetica e del linguaggio; 3) nell’autentica espressione e trasfigurazione della condizione esistenziale umana”. Da questi punti essenzialmente umanistici, ma anche da tutta la poesia del ‘900, deve venir fuori la poesia dell’era tecnologica, una poesia che lenisca il dolore, voli alta con parole comprensibili e oneste e accosti l’uomo alla bellezza, lo spinga ad andare “più in là”; una poesia capace di comunicare “il sentire”, che scovi nell’uomo e nel poeta quella semplice classicità che incidendo sulle coscienze, attiva sentimenti di amicizia e condivisione. Oltre ad una poesia in versi libera affidata alla modulazione musicale delle parole e del verso, esiste oggi una poesia neo-umanistica, anche formulata in modo classico con l’uso della metrica, la cui conoscenza unita allo studio   della tradizione letteraria, possa ancora contenere ed esprimere il linguaggio del nostro tempo. La poesia è l’habitat ideale della lingua coniugata all’immaginazione che in un processo interiore, dal “guardare dall’interno”( Semir Zeki), consente l’empatia tra l’artista, la propria opera e tra essa e il fruitore. Così la poesia si fa conoscenza e come dice Octavio Paz (premio Nobel 1990) , “È operazione capace di cambiare il mondo. Attività poetica rivoluzionaria per natura, esercizio spirituale, metodo di liberazione interiore”. La “letteratura dell’assenza”, come fu chiamato il rifugio degli intellettuali fuori dai problemi sociali, l’evasione pura, l’Aventino della letteratura, non si addice ai poeti, non è una forma di solitudine ma di aristocratico rifiuto. Perciò, nel secondo dopoguerra fioriscono una letteratura e una poesia attente ai problemi sociali. Molte sono le esperienze estreme. Ma tutta l’innovazione muove “dalla svolta linguistica” già iniziata nella seconda metà dell’ottocento in tutti i settori dei linguaggi dell’arte nel segno di una rottura epocale con la tradizione. A parere di molti critici “la svolta” fu l’input del rinnovamento sviluppatosi nel ‘900. Questa continuità ancora oggi è un ancoraggio alla meravigliosa tradizione culturale del nostro Paese che recepisce la novità e le influenze europee nel seno di una riflessione accorata su tutta la poesia giunta fino a noi. Giorgio Linguaglossa, in “Critica della ragione sufficiente” affronta il problema della costruzione di un “grande progetto” per giungere alla formulazione di una nuova ontologia estetica (NOE) con la proposta di una ripartenza da Pasolini e Montale, da dove “essi avevano lasciato la spugna” . Le poetiche del ‘900 possono essere considerate come una nuova metratura in cui collocare l’arte come “verità raggiunta o istituita”. L’arretratezza della poesia italiana è forse dovuta agli schematismi culturali dei poeti, alla cultura dominante e alla perdita delle ragioni per cui al linguaggio della nostra epoca non si è ancora riusciti a coniugare un nuovo pensiero poetico. La crisi consiste proprio nel tracciato spesso insuperabile di un confine netto da cui muovere o da cui prendere le distanze. Nazario Pardini, nella nota critica all’opera ”Negazioni” di Edda Conte, esclude che la poetica dell’Autrice possa essere letta in funzione della NOE, ma piuttosto come ricerca di innovazione nella presenza più vicina e sonora delle cose e quindi della vita. Scrive il Pardini: “Oggigiorno c’è una nuova tendenza poetico – letteraria che cerca di farsi spazio, ma destinata a sparire presto come i tanti sperimentalismi che hanno giocato un ruolo marginale nella cultura dell’altro secolo”. Oggi la tirannia del mercato non è meno attrattiva dei rifugi del passato e i poeti si muovono in uno spiccato individualismo che esprime il malessere di ciascuno in situazioni di intensa soggettività alla ricerca del nuovo. Da questo atteggiamento si può immaginare l’approdo ad un atto di conoscenza e di amore.”Solo chi ama conosce”, scrive E. Morante, e su queste basi cognitive e di aderenza al linguaggio vivo, di amore per la vita, si può configurare la nuova poesia. Il carattere dialogico della parola poetica contiene in sé la volontà di aprire all’altro per condurlo alla riflessione, trasmettergli il valore della bellezza espresso da ogni sentimento poetico onesto e vero. “Non vi è una particella di vita che non abbia poesia all’interno di essa” (G. Flaubert).

 

Testi consultati:

  • V. De Caprio, S. Giovanardi: “I testi della letteratura italiana”

Ed. Einaudi Scuola 1993

  • B. Missana: “Verso una nuova critica d’arte”

Ed. Sentieri Meridiani 2013

  • G. Linguaglossa: “Critica della ragione sufficiente”

Ed. Progetto Cultura 2003

Marisa Cossu

 

 

 

Pubblicato da nazariopardini a 09:15

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