Da Lèucade con amore

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lunedì 12 novembre 2018

MARISA COSSU LEGGE: “E FU PER ME…” SONETTO DI M. DONTE

 

Marisa Cossu legge: “E fu per me l’amor un dolce fuoco”

di Maurizio Donte

Petrarca nella poesia contemporanea

 

Pubblicato da Nazario Pardini, Alla volta di Leucade, Blog spot
Marisa Cossu,
collaboratrice di Lèucade

 

Nulla di più affascinante per un’aspirante poeta, della lettura e del commento delle opere, in questo caso un sonetto, di Maurizio Donte, che mi pregio seguire da alcuni anni sia per affinità ideale alla sua poetica, sia per la passione che entrambi manifestiamo verso la tradizione culturale, in particolare per l’immenso lascito di Dante e Petrarca, presenti nella poesia dell’Ottocento e del Novecento. In tal senso l’opera del Donte va inquadrata: un ponte tra il passato e la contemporaneità, un passaggio cui i poeti non possono sottrarsi, a mio parere, senza elidere zone consistenti del divenire poetico e della critica d’arte.

Riscontriamo dunque, la crepuscolare ironia di un Gozzano, che intesta I colloqui(1911), con un titolo – epigrafe petrarchesco, Il giovenile cuore, e rileviamo che Saba deriva da Petrarca, più che il linguaggio, l’idea di una struttura lirico-melodica come il suo Canzoniere. A Petrarca guardano soprattutto le poetiche di alcuni movimenti culturali e letterari come la “Ronda” o l’ermetismo, con il recupero di un linguaggio più adatto a dar voce all’interiorità dell’io. Non a caso Lorenzo Montano nel saggio Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono (1929), individua nel Canzoniere il rapporto tra ricerca formale e biografia sentimentale di Petrarca: egli suggerisce una restaurazione dei valori poetici (linea Petrarca-Leopardi), che il “sorvegliato classicismo” di Vincenzo Cardarelli porterà a verifica sperimentale. Non diverso è il rapporto che il Petrarca stabilisce con la Scuola ermetica: Mario Luzi, instaura un legame tra dimensione esistenziale e dimensione espressiva in sintonia con l’esempio di G. Ungaretti; infatti è in Ungaretti che l’incidenza del petrarchismo è più forte, perché egli riconquista le forme metriche regolari(endecasillabi e settenari ne Il Sentimento del tempo (1933), ma realizza anche una precisa poetica della memoria nello scavo interiore che deriva dai Rerum vulgaria fragmenta.

Questo sonetto del Donte, come tutta la sua opera, si pone in continuità con le migliori esperienze culturali della nostra epoca, si dona onestamente, senza imitazioni e indugi, con generosa passione a tutti noi che, disincantati fruitori di input di ogni genere, o in cerca fuori dall’uomo di nuovi linguaggi, ci chiediamo che cosa è la poesia, chi sono i poeti, a che cosa servono, se è ancora possibile una poesia priva di quei valori etici ed estetici che il Donte ci regala a piene mani.

Questa non è soltanto una poesia dell’amore perduto, non una lamentazione del poeta per la sua rovina: è una grande metafora della vita che prima sorride e infine mostra il suo volto di impossibili speranze, di illusioni tra le tempeste dell’anima e un canto, morto prima di esistere. È in questo scavo interiore la bellezza e l’arte del Nostro, che, appropriatosi profondamente delle regole metriche e del linguaggio – ponte tra la tradizione letteraria e i sentimenti che sempre albergano nell’uomo, reinventa un mondo poetico i cui frammenti sono scritti dentro di noi: perciò li riconosciamo e li amiamo.

 

Marisa Cossu

 

E fu per me l’amor un dolce fuoco

 

E fu per me l’amor un dolce fuoco,

un sole nato, un raggio di mattina,

un segno dato al cuore, oppure un gioco,

prima che scenda tenebra e rovina.

 

Non sono altro ormai che un suono fioco,

un’onda che alla riva s’avvicina:

un vecchio che non vive se non poco,

la luce nella sera che declina.

 

Un canto nato e morto in un momento,

un’anima percossa da uragani;

un vento che non sai da dove viene

 

è il tempo ch’é passato e che non tiene,

ma corre attraversando le tue mani,

senza dire nient’altro che: mi pento.

 

Maurizio Donte

 

LA BELLEZZA ABITA QUI

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LA BELLEZZA ABITA QUI 

 

 

“Vieni dal cielo profondo o esci dall’abisso,

Bellezza? Il tuo sguardo, divino e infernale,

dispensa alla rinfusa il sollievo e il crimine,

ed in questo puoi essere paragonata al vino”.

( C. Baudelaire, Inno alla bellezza)

 

Abita tra noi la Bellezza: se il Contemporaneo non riesce a coglierne lo splendore è perché egli è immerso nella nebbia rarefatta dell’esistenza, nelle miriadi di manipolazioni dell’esperienza in cui sono coinvolti l’Arte, la Natura e il “sentire”. Gli inganni sono messi in atto  dagli individui e dai gruppi, nei loro rapporti liquidi, nel loro mutismo, nella loro corsa sfrenata verso la bulimia del possesso. Se il Contemporaneo, il Tecnologico, non riesce a intravedere un barlume di bellezza nel “cielo profondo”, o “nell’abisso” da cui essa origina, è perché l’uomo non abita più qui, è altrove disperso.

Ma la Bellezza non si pone al di sopra dell’umanesimo, pervicace resta quasi invisibile nella realtà esperienziale. È qui, non abbandona l’umanità fiaccata da problemi e da dubbi, è qui con il suo potere liberatorio.

 La Bellezza, come l’essere, si cela dietro un velo, non vuol cercare, ma essere cercata; per vederla bisogna sentirne la necessità, fermarsi ad osservare, respirare, aprire l’animo e la mente a tutto ciò che esprime vita, morte, gioia, dolore, rabbia e compassione; pronti a cogliere e a godere di tutte le esperienze estetiche emotivamente pregnanti, incontrate per il solo fatto di essere senzienti.

Nella corsa egotica, senza riposo, senza lentezza e senza limiti, il Contemporaneo perde il gusto del bello e della scoperta, vive una deprivazione emotiva, in una forma di alienazione nel degrado delle città, negli antichi ipogei dimenticati, nelle necropoli dissacrate, nelle periferie del pensiero abbandonate nell’atto di cogliere un piacere fine a se stesso, consumistico.

 Ecco apparire sempre più aggressivi i segni della “bruttezza”, nella grande illusione verso cui l’uomo è inesorabilmente diretto. Cresce il male del vivere. La Bellezza e il Contemporaneo rischiano di diventare gli opposti di una struttura cementificata che oscura i sensi, li mortifica, svia la percezione alterando i processi cognitivi. La percezione del “bello”è un fatto cognitivo: ha a vedere con il complesso “ingranaggio cuore-cervello” ; i segnali sensoriali non sono adatti a ottenere percezioni immediate e certe; per vedere gli oggetti si rende necessario che sia l’intelletto a formulare congetture quindi l’occhio ha perso la consolidata  funzione di macchina fotografica.

  Giovani generazioni non hanno memoria della bellezza, e se a volte provano un senso di stupore di fronte ai sintomi del bello che, nonostante tutto si manifestano, ciò avviene perché la Bellezza da sempre abita qui, nell’armonia e nella disarmonia, nell’imperfezione e nella pluralità delle cose che si manifestano in un abbraccio universale, in un lampo di luce; ciò avviene anche nell’era tecnologica, in tempi in cui l’abuso delle sollecitazioni visive e informative disabituano l’individuo a selezionare nel caos ciò che realmente interessa ed ha valore umano, comunicativo – espressivo.

 Accorgersi della bellezza è anche un problema formativo? Si può attrarre alla bellezza, attraverso l’insegnamento o mediante la proposizione vissuta di esempi e modelli?

 Si può ancora indicare all’uomo una via interiore ed esperienziale e spirituale verso la bellezza?

Affidiamo l’idea del bello a nuovi studi e scoperte nel campo di recenti ottiche multidisciplinari, le antiche diatribe alla storia della filosofia e nella classicità strutturale del nostro pensiero, perché la ricerca mai finirà di affascinarci e stupirci; né sappiamo dove ci condurrà, nè se si confronterà con l’idea dell’infinito.

La bellezza abita nell’uomo, nella sua costituzione neurobiologica, nelle zone del cervello deputate ad accendersi all’esposizione alla bellezza. L’attività cerebrale, indagata con sempre più precisi strumenti tecnologici (Tac, Pec, etc.) , mostra empatia per i prodotti dell’Arte, anche di quella astratta . La scoperta dei neuroni specchio, ha convinto scienziati ed artisti, soprattutto per quanto riguarda l’arte visiva a formulare ipotesi di collaborazione, così che Arte e Scienza non siano più contrapposte ma inizino un processo collaborativo di ricerca delle costanti del “bello”.

Un atto cognitivo è sempre anche un atto creativo: la visione avviene dall’interno. È la neuroestetica la nuova scienza che studia i rapporti tra Arte e cervello aprendo una finestra su questo specifico argomento. Cos’è che piace, emoziona, commuove e stupisce larga parte di una comunità nelle arti visive e negli altri linguaggi dell’Arte’? Dove e quali sono i sintomi della Bellezza? L’artista è di fatto, il miglior neurologo di se stesso”: à la mente la zona in cui la scienza si connette all’Arte, parte costitutiva della sua esistenza; sono qui i messaggi del “bello” che l’uomo  riconosce  nell’empatia e i sintomi saranno sempre virali: la Bellezza è una forma di poiesis.

 

“E non farà rumore la Bellezza,

forse in silenzio e pura,

sarà soffio di pioppo alla mia porta,

una lanterna fioca nella notte,

un bisbiglìo di petali dischiusi

al davanzale di una gioia breve”.

 

Marisa Cossu

 

Letture:

  1. B.Missana, Verso una nuova critica d’Arte, Sentieri Meridiani Edizioni 2015
  2. N.Goodman, I linguaggi dell’Arte, Il Saggiatore,2008, Milano
  3. Semir Zeki, La visione dall’interno, Bollati Boringhieri, 2007 Torino

 

DI OMRA E DI LUCE

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N. PARDINI LEGGE: “SILLOGE INEDITA” DI MARISA COSSU

Nazario Pardini

PREFAZIONE

A

Marisa Cossu

  

DI OMBRA E DI LUCE 

RACCOLTA  POETICA

Chiarori e notturni nella musica del verso

 

Marisa Cossu,
collaboratrice di Lèucade

Questo il titolo della silloge: Di ombra e di luce. Chiarori e notturni, lucentezza e oscurità, albe e tramonti, primavere e autunni: tanti polemos eraclitei che caratterizzano il corso della vita; come d’altronde ogni strada che si percorre. Ogni cammino è costellato di ombre e di luci, di montagne e di pianure, di muraglie e di orizzonti: una simbiotica fusione di contrari che dà il senso, nella sua diacronica successione, della complessità del vivere:

Qualcosa già mi chiama nella sera,

muta, velata dal groviglio stretto

delle passioni che per questa vita

camminamenti scavano nel vuoto

del lungo viaggio tra l’abisso e il sole.

Appare all’improvviso il mio ristoro,

quell’amore che solo

giustifica la vita:

solo alla fine lieve spicca il volo

il cigno che nel fango s’è smarrito

ed è Bellezza, adesso, che intravedo (Attesa).

Raggiungere una meta dopo un lungo viaggio è quello che si propone la poetessa; se poi intravede il volto della Bellezza, di tutto ciò che è ristoro, alcova, quietezza, la sera assume un colore diverso: quello dell’amore che giustifica la vita. Partire da qui, dal significato risolutivo e indicativo con cui l’Autrice ha intitolato l’opera, significa già andare a fondo, al cuore degli intendimenti che Ella stessa nutre sul fatto di esistere; sul fatto, appunto, che noi siamo stati destinati a questa avventura di proteiforme valenza. E la Nostra la scandaglia in tutte le parti, in tutti i più nascosti anfratti la sua storia, traendone linfa per un poetare espanso, euritmicamente avvincente, e articolato. Tanti i tasti toccati sullo strumento di cui è in possesso; sì, sullo strumento a cui la Cossu si affida per dare armonia alla voce delle sue meditazioni; dei suoi patemi esistenziali; delle sue modulazioni. Ed il “poema” si dipana su uno spartito di intensa forza connotativa, dove appaiono visivi gli stati d’animo che contornano con ontologica intensità lo scorrere del canto. Tutto è melanconicamente fluente; tutto è oggettivamente rappresentato; tutto è estendibile alla vicissitudine di noi mortali: il memoriale, la realtà contingente, l’oracolare, il senso del limite, del confine tra noi e il nostro ambire, l’aspirazione ad un alcova di riposo edenico, di amore oblativo, o a una simbolica isola prescelta dalla Dea: “tra le rocciose grotte presso il mare”:

Ma il grido è ancora qui:

rifrange l’eco il pianto di un amore

immemore e consunto

e l’isola prescelta dalla Dea

verdeggia ancora intorno alla dimora

che s’affaccia silente e misteriosa

tra le rocciose grotte presso il mare.

A te perla Aethalia il dolce canto,

a te il Tirreno guidi i suoi delfini.

Ti sia propizia l’onda

e lieve il Maestrale (All’Elba).

Gli intrecci dei maestosi endecasillabi danno energia e sonorità al mitopoietico abbraccio della Cossu.

Ed il verso, mansueto e collaborativo, si fa concretezza di un sentire ampio e profondo; di una interiorità esperita di fatti e vicende a volte gioiosi, altre tristi per i loro risvolti esistenziali; pur sempre nella coscienza della esiguità di fronte al tutto:

Io, minima particola di eterno,

polvere di una stella che s’invola,

vorrei tornare a quel seno materno

che tutto abbraccia in una volta sola (Ecco il mio cielo).

Ma è la parola, il verbo che da subito ci colpisce per la sua capacità espressiva; per il suo forte senso ultrasintagmatico: dacché il topos viene pensato, elaborato, vissuto, e dato alla pagina con intenzioni di superare, sì, di oltrepassare il significato della canonica morfosintassi; di allungare il tiro ad ambiti di poetica ascensione. “La poesia vuole di più della semplice parola” mi sembra di avere scritto in altra occasione. Un insieme di iuncturae che fanno delle sinestetiche intrusioni il piedistallo da cui partire per slanci ultraverbali. La vita è l’alimento primo del poièin; il suo dimenarsi tra colli e mari, tra albe e tramonti, o tra giornate di pioggia e piane lucide di sole. Il saper fare di queste visioni il corpo e l’anima dei ritmi cardiaci è mestiere della Cossu. Nulla è lasciato al caso. Tutto è inglobato in un discorso di ampio respiro, dove il cuore si aggrappa a scogli scivolosi per ascoltare il rumore del mare:

Vivo tra i resti delle cose amate

all’ombra delle rose reclinate

nella calura estiva;

e tu, vita, mi sfuggi,

ritorni come il sole e come il mare,

ti ripeti, m’illudi

né rechi le risposte

al mio vano sentire (Conosco solo il mare),

di quel vasto piano che simboleggia con le sue lucenti scaglie l’aspirazione ad un infinito fuori dalla portata umana. Forse proprio da qui lo splennetico tormento che inquieta l’esistere, dacché Ella è cosciente della precarietà del tempo; tutto ci sfugge a ritmi vertiginosi per poter vedere in faccia il presente e chiedergli qualcosa sulla verità:

Tu, divina presenza,

all’apparire ti mostravi vera,

l’essere nell’assenza nascondevi.

Nel divenire incerto della vita,

anche l’ombra svaniva con la sera

e ti inseguivo invano,

mentre l’essere altrove ti spiegava (Verità),

su quei perché irrisolti e irrisolvibili che tanto ci rendono mortali. “La musica è amore in cerca di una parola” afferma Sidney Lanier. “Cos’è un uomo nella Natura?/ Un nulla davanti all’infinito,/ un tutto davanti al nulla,/ qualcosa di mezzo tra il nulla e il tutto.”, scrive Pascal. Perché queste citazioni? Perché io credo che condensino nel loro significato quelli che sono gli aspetti fondanti della poetica della Mussu:

vita e amore:

Se tu ci fossi, amore,

ti chiederei perché tagli quei rami,

perché sorridi quando grida il mare,

quale ossimoro strano

sul terrazzo del sole ti commuove (Il terrazzo),

musica e classicismo:

Se vuoi, vieni con me,

indossa la tua veste profumata,

la trasparenza vaga come il tempo,

ti sia leggiadro il vento.

Sono già qui dove l’Antico batte

sulle rive sabbiose la sua forza;

passano stormi sulla rupe bianca.

Oh Lefkas, ferma il volo in una rete! (Saffo),

quale messaggio più lirico di un riferimento alla Poesia nella veste di Saffo o alla rupe della dimenticanza della mia Lèucade?

rien e tout; il niente e il tutto nelle mani del tempo:

E così passa il tempo.

L’Eternità trascorre

in labili ritorni; indugia a volte

sulla retta infinita,

ma poi si curva in concentrici cerchi

dove ogni inizio tocca la sua fine; (E così passa il tempo),

l’impiego di un significante epigrammatico nei volti della natura:

Si accese per incanto una mattina

Il rosa intenso dei ciliegi in fiore

immerso nel mio tenero stupore

e in quel ricordo ritornai bambina.

C’erano rose e viole nel giardino: (Canzone di Primavera),

o quel senso di malum vitae che s’insinua nel sottofondo dell’opera dandole corpo e organicità con la misura dei nostri passi incerti:

E navighiamo in oscuri silenzi.

Il canto è la risposta, la poesia

che origina dal cuore

e reca impronta d’amorose braccia.

Il ritrovarsi stanchi e senza vita,

nel dubbio avvolti da un nemico male,

è illusione evocata,

è misura dei nostri passi incerti

nell’infinita logica del tempo (Ma non si vede).

D’altronde non si può di certo includere la poetica dell’Autrice fra quelle attinenti alla riforma prosastica, alla maniera del correlativo oggettivo di stampo eliotiano per intenderci, che ha contagiato alcuni scrittori dell’altro e di questo secolo, quanto piuttosto fra quelle di stampo realistico-lirico alla Capasso, dove a dominare sul tutto c’è il sentimento, la musicalità, la misura ritmica del verso, il memoriale, la cultura, e l’abbandono ad un naturismo che tanto dica delle nostre inquietudini. Un classicismo, dunque, rivisitato, attualizzato, reificato in un endecasillabo fluente e generoso, capace di contenere nelle sue vaste espansioni il cuore di un mondo che ci vuole presenti; magari con un canto che, sapido d’autunno, tanto si avvicini al madrigale della vita:

Sulla battigia il mare si riversa

mentre l’autunno adombra le sue sponde

di schiuma bianca subito dispersa

e incanta ancora quella antica voce

di sciabordio ansimante delle onde,

che si discioglie in ritmo più veloce;

ma questo mare genera il pensiero

di un distaccato tempo terminale

dove l’autunno riconduce al vero

il tempo e le stagioni e in alto sale (Mare autunnale).

E il tutto si dipana in una versificazione cólta di studi prosodici attenti e disciplinati: odi pindariche, strofi saffiche, canzoni in ABBC ABBC CDDCEE, doppi settenari – endecasillabi, strofi alcaiche, stanze di canzoni…: un mix di strutture metriche che offre una chiara visione della valenza polimetrica della Cossu; il suo dedicarsi alla Poesia con anima e corpo, in un abbraccio di vitale generosità.

Nazario Pardini

 

DAL TESTO

 

All’Elba

Il mito è ancora qui

sui ciottoli screziati delle Ghiaie

tra l’acque del sommerso porto Argivo;

forse nessuno prima aveva visto

i naviganti eroi cercare il vello

e riposare stanchi sulle rive

di antichi santuari in fondo al mare;

forse nessuno ancora aveva visto

i relitti del tempo riaffiorare

dove il futuro a navi immaginarie

riservava il compianto,

un silenzio marino di campana

rapita dagli abissi del dolore.

Ma il grido è ancora qui:

rifrange l’eco il pianto di un amore

immemore e consunto

e l’isola prescelta dalla Dea

verdeggia ancora intorno alla dimora

che s’affaccia silente e misteriosa

tra le rocciose grotte presso il mare.

A te perla Aethalia il dolce canto,

a te il Tirreno guidi i suoi delfini.

Ti sia propizia l’onda

e lieve il Maestrale.

Ecco il mio cielo

(madrigale)

Ecco il mio cielo pieno di mistero:

m’incanta se rimiro ad occhi chiusi

quell’infinito che si muove intero

e ruota intorno all’asse mio segreto

tra gli intimi pensieri  mai conclusi

che sempre in solitudine ripeto.

Io, minima particola di eterno,

polvere di una stella che s’invola,

vorrei tornare a quel seno materno

che tutto abbraccia in una volta sola.

Attesa

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Cigno

Attesa

E non farà rumore la Bellezza,

forse in silenzio e pura,

sarà soffio di pioppo alla mia porta,

una lanterna fioca nella notte,

un bisbiglio di petali dischiusi

al davanzale di una gioia breve.

Ma non avrà bisogno di parole,

né poetico canto avrà descritto

il tempo che si appresta;

non saprò cosa gemmi dal torpore

di un oscuro destino,

parte migliore,forse, di me stessa;

lo accettai per soffrire ,

espiando la vita a me concessa

in cerca di una luce.

Qualcosa già mi chiama nella sera,

muta, velata dal groviglio stretto

delle passioni che per questa vita

camminamenti scavano nel vuoto,

nel lungo viaggio tra l’abisso e il sole.

 Appare all’improvviso  il mio ristoro,

quell’amore che solo

giustifica la vita:

solo alla fine lieve spicca il volo

il cigno che nel fango s’è smarrito

ed è Bellezza, adesso, che intravedo.

Marisa Cossu

“ALLA VOLTA DI LEUCADE”: Nazario Pardini legge “inediti” di Marisa Cossu

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  1. PARDINI LEGGE “INEDITI” DI MARISA COSSU

Marisa Cossu: Cinque poesie inedite

Marisa Cossu,
collaboratrice di Lèucade

Cinque poesie che mettono bene in luce la maestria della Cossu nel giocare coi versi; nel trasferire i suoi abbrivi esistenziali in parvenze naturali, in analogie intime, in corpi di valenza visivo-mitologica o naturistico-riflessiva, per dare concretezza al pensamento, all’urgenza della spontaneità. Non è certamente nuova l’apparizione di questa poetessa sull’isola, ne è una valente collaboratrice, e i suoi interventi hanno sempre reificato cultura, sentimenti, saudade, rêverie, memoriale in un realismo lirico di coinvolgente naturalezza. Le liriche di questa piccola silloge sono state particolarmente apprezzate dalle commissioni dei Premi Letterari a cui hanno partecipato, conseguendo primi e secondi posti. Ma cerchiamo di capire il quid di tale apprezzamento: i versi ci ammaliano alla prima lettura per la musicalità dello spartito su cui si distendono. Endecasillabi e settenari ri-lucidati in chiave moderna; un andare sicuro e spigliato che fa del principe dei versi l’arma vincente del canto. Ci viene in mente il violino della Primavera di Vivaldi, o il coro A boca serrada della Butterflay, insomma una serie di note che fanno da ecfrasi a monumenti ispirativi di particolare conturbamento: Saffo, l’Elba… e la poetessa, adusa alla scrittura, al fascino dell’Arte, dà tutta se stessa alla storia, ai fatti, alle combinazioni, al mito, perché sulla pagina si facciano nuovi, ontologicamente significanti, capienti dell’intendere e del sentire. Il tutto si concede ad una euritmia che avvolge, dando la dritta al dettato poetico. Saffo la grande, la suggestiva, la pensosa, la inquieta; la poetessa che andava in cerca di burrasche e temporali, di fragori marini su scogli dissestati per trovare una equivalenza al suo soffrire; al suo dicotomico contrasto fra la bellezza dell’anima e la bruttura del corpo; Saffo che bramava la morte per non far contaminare dalla vita l’attimo superbo dell’eros:

 

… Era soffuso

il palpito di brezza sopra il seno

voglioso di carezze e impallidiva

ancor di più nel cielo il corpo vago

ai nostri abbracci.” “Come si potrebbe

pensare ad un banchetto senza canto,

senza il suono del flauto così querulo

ma subito propizio con il suono

a dare gioia all’anima.” “Volevo

che tutto il mio sentire si spegnesse

nella notte soffusa e che l’immagine

non guastasse la luce. Era la morte

ch’io bramavo nell’attimo superbo

di eternare la gioia dell’amore… (N. Pardini: Alla volta di Lèucade. Da Safffo a Anacreonte, Viareggio, 1999).

 

La Cossu si rifà alla rupe bianca del mitico scoglio di Lèucade, alle pene d’amore, all’abbandono di Faone. Si rifà al salto nell’oblio di particolare fascino, contornandolo di impennate creative profumate di leggiadro vento, di rive sabbiose, di passo di stormi, di rupi bianche, di tocchi “leucadiani”. Immagini cariche di pathos che si fanno involucri di guizzi emotivi in campi semantici ampi e distesi. Questa è la grandezza della scrittrice: saper concedere alla melodia voli odissaici che vanno oltre l’umano; fino al sommerso porto Argivo dell’isola d’Elba, dove:

Il mito è ancora qui

sui ciottoli screziati delle Ghiaie

tra l’acque del sommerso porto Argivo…

 

Un mitopoietico intervento con cui far brillare di luce propria l’antico fulgore del tempo. E se ci fosse ancora bisogno, per dimostrare quanto la Nostra invigorisca il presente di un simbolismo mitologico da tramandare al futuro, e quanto rispetti il ruolo della poesia col suo neoclassicismo che punta al ricupero di una tradizione formale alla ricerca del canto, eccovi due sonetti di puro stampo nostrano: caudato e elisabettiano: una vera padronanza della metrica, dei suoi giochi formali, dei suoi allunghi sintestetico-allusivi, del suo euritmico abbraccio del tutto. La carrellata termina con la poesia dal titolo Il terrazzo, dove il memoriale con elegante leggerezza sfiorato, i rampicanti gelsomini, il terrazzo del sole, la canzone del vento, le sottili dita, le sàrtie degli alberi maestri allineati a riva, il lamento zigano, la rauca sinfonia del Maestrale, il sentimento del bel tempo perduto, le tenere spore, la tempesta, la pioggia, il mare, il mio cuore abbagliato, il sogno, l’amore:

 

Se tu ci fossi, amore,

ti chiederei perché tagli quei rami,

perché sorridi quando grida il mare,

quale ossimoro strano

sul terrazzo del sole ti commuove.

 

si distendono in una rapsodia di suoni, sapori, visioni; un mix di sensazioni ora intuitive e ora corporali, cenestesiche vicine a antropiche trasfusioni di sapore dannunziano (scorre la linfa nelle bocche nuove;/ ma come piove), completano un quadro di estrema plurivocità compositiva: un polisemico affondo che fa del verbo un trampolino di lancio oltre il senso, oltre il canonico topos del linguaggio, dacché proprio la poesia sente forte il bisogno dell’azzardo.

Di sicuro   non si può dire che la Cossu appartenga a quella corrente sperimentale basata sulla riforma prosastica del verso che ha cercato di egemonizzare la poesia italiana del tardo ‘900 fino ai nostri giorni, quanto, piuttosto, alla positura classico-novatrice di quei validi autori che fanno del ritmo, della misura, della creatività, della rielaborazione endecasillaba il cuore del poièin.

 

Nazario Pardini

02/09/2018

 

A Saffo

 

Se vuoi vieni con me,

indossa la tua veste profumata,

la trasparenza vaga come il tempo,

ti sia leggiadro il vento.

Sono già qui dove l’Antico batte

sulle rive sabbiose la sua forza;

passano stormi sulla rupe bianca.

Oh Lefkas, ferma il volo in una rete!

Già la veste si libra su guaìne

di mirto e l’onda assale con un grido

il gesto di farfalla .

Eccomi dove l’abito

è rimasto impigliato,

dove si staglia l’isola allo sguardo,

il luogo a me più caro,

dove il cuore è sepolto nell’incàvo

delle rocce e la sabbia

è bianca più del volto.

 

 

All’Elba

 

Il mito è ancora qui

sui ciottoli screziati delle Ghiaie

tra l’acque del sommerso porto Argivo;

forse nessuno prima aveva visto

i naviganti eroi cercare il vello

e riposare stanchi sulle rive

di antichi santuari in fondo al mare;

forse nessuno ancora aveva visto

i relitti del tempo riaffiorare

dove il futuro a navi immaginarie

riservava il compianto,

un silenzio marino di campana

rapita dagli abissi del dolore.

Ma il grido è ancora qui:

rifrange l’eco il pianto di un amore

immemore e consunto

e l’isola prescelta dalla Dea

verdeggia ancora intorno alla dimora

che s’affaccia silente e misteriosa

tra le rocciose grotte presso il mare.

A te perla Aethalia il dolce canto,

a te il Tirreno guidi i suoi delfini.

Ti sia propizia l’onda

e lieve il Maestrale.

 

 

“Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”

(cit. E. Montale – sonetto caudato)

ABAB ABAB CDE EDC cFF

 

Si compie a sera l’arco dei viventi:

ne rimane il riflesso che trattiene

segni finiti in pallidi momenti,

pietrificate cose, vane pene;

 

che cosa siamo dentro quei frammenti,

quale mortale forma ci contiene!

Siamo nomi già detti, fari spenti,

soffi di vita che non ci appartiene;

 

forse miti pensati nell’ignoto,

simili a forma d’acqua che si scioglie,

nel fiume della vita, e non vediamo

 

“ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”;

nel mutamento che tutto ci toglie,

culliamo le illusioni dentro il moto;

 

poi si ferma nel vuoto

l’appassionante corsa dell’altrove

verso il Fattore che l’eterno muove.

 

 

Condizione

(sonetto elisabettiano)

 

Ritroveremo quello che scompare

in una zona tra la vita e l’oltre

e resteremo attoniti a contare

luci che, avvolte in una spessa coltre,

 

arano nella nebbia le insidiose

corsie del nulla. Alla fine sapremo

dove si scioglie il nodo delle cose

e forse solo in quel confine estremo

 

si darà forma al tutto chiaramente.

Saremo libri scritti nella notte,

sillabe di un inchiostro trasparente,

fantasmi sulla scia di ignote rotte;

 

la tirannia del Tempo ci misura,

della pochezza umana non si cura.

 

 

Il terrazzo

 

Gemmano rampicanti gelsomini

sul terrazzo del sole;

ma come piove! Va nell’aria greve

la canzone del vento

e la pioggia la fila,

con le sottili dita, tra le sàrtie

degli alberi maestri

allineati a riva.

È zigano lamento

la rauca sinfonia del Maestrale,

un sapore di sale

disteso sulla pelle, il sentimento

del bel tempo perduto.

Ieri hai potato i rami e già rivive

il nucleo verdeggiante e delicato

delle tenere spore

e l’acqua le disseta:

scorre la linfa nelle bocche nuove;

ma come piove! Fuori c’è tempesta,

dentro la stanza è il mare,

un luccichio che resta

sulle pareti come ondoso quadro;

intanto scava il ritmo delle gocce

nel mio cuore abbagliato,

e mi allontano, chiudo la finestra,

ti cerco ancora dopo aver sognato.

Se tu ci fossi, amore,

ti chiederei perché tagli quei rami,

perché sorridi quando grida il mare,

quale ossimoro strano

sul terrazzo del sole ti commuove.

 

Marisa Cossu 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Grazia Deledda” di Marisa Cossu. Rivista letteraria”Euterpe 27″ di Lorenzo Spurio

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Grazia Deledda

 

“Io son pallida e bruna.

Un amor fiero – svela l’oscura mia pupilla mesta …”

 

Generazioni di giovani contemporanei si sono forse imbattuti, nel corso degli studi, solo superficialmente, e per breve tempo, nella figura e nell’opera della volitiva scrittrice sarda, prima e unica donna italiana premiata con il Nobel della letteratura nel 1926  per il romanzo  “Canne al vento”.

La lettura delle sue opere dà l’idea della difficile condizione delle donne fino ai giorni d’oggi e delle immani sfide che ciascuna ha dovuto affrontare per affermare la propria dignità e ottenere le pari opportunità sociali e civili.

L’Autrice nacque a Nuoro nel 1871. La sua vita, appartata all’interno di un piccolo paese della Barbagia, la consuetudine al rispetto delle consolidate tradizioni culturali proprie dell’ambiente di vita, le limitazioni al desiderio di volare lontano imposte dalle convenzioni dell’epoca, fecero della Deledda una voce solitaria e contrastata nel panorama letterario sardo e nazionale, sia in quanto donna, sia perché completamente assente ai fermenti culturali e sociali del periodo storico.

Di nobile ed abbiente famiglia, le furono tuttavia preclusi gli studi cui aspirava fin da bambina e, terminata la quarta elementare, fu autodidatta mediante la lettura dei più importanti scrittori del panorama europeo.

Subì quindi i limiti e l’arretratezza non solo dell’epoca coeva ma anche quelli imposti da una cultura primitiva, priva di affetti, isolata e padronale; tuttavia è in questo ambiente familiare e culturale che la fanciulla iniziò a maturare i propri sogni, il piacere della scrittura tutta segnata dalle esperienze delle forti passioni evocate dai personaggi del suo paese di cui, tra verità vissute e verità immaginate, narrava i turbamenti, le vendette e le più aspre tensioni, nelle relazioni umane e in quelle d’amore.

La Sardegna, isola di ancestrale bellezza, archetipo di tutti i luoghi, era ed è sotto alcuni aspetti, una terra senza tempo dove si consumavano i drammi narrati dalla Deledda.

Amante della letteratura, voleva emergere, guadagnarsi da vivere in modo autonomo con le sue opere, ma restava comunque una “illetterata” per l’insufficiente preparazione scolastica. Nei suoi brani narrativi spesso compariva in modo prepotente l’espressione dialettale che contribuiva a colorare i personaggi. La sfida alla società sarda fu sicuramente dura, ma anche in Continente non fu mai apprezzata abbastanza. Perfino al Nobel fu appellata dai giudici “bella signora”, all’atto dell’attribuzione  del prestigioso premio.

La poetica dell’Autrice, colma di sentimenti intensi e selvaggi, si avvale di un’etica patriarcale mossa dalla presenza del fato, preda di forze superiori nelle quali le fragili e dolenti vite degli umani sono come “ canne al vento”. La Deledda sembrò credere, come i naturalisti, in un mondo oggettivo, volle essere oggettiva mentre in realtà rappresentava spesso se stessa nelle donne create dalla sua fantasia

L’arte di Grazia Deledda non è certo inconsapevole, primitiva, senza radici di cultura. Lo testimoniano le sue avide letture di fanciulla, che si andava formando alla scuola del naturalismo italiano, cui seguirono i più ardui esemplari francesi o russi del romanzo contemporaneo “per irrobustire le proprie facoltà di narratrice con l’ostinato proposito di divenire scrittrice epica” (G. Bellonci).

La lettura in età adolescenziale del Boccaccio, del Tasso e del Goldoni, del Manzoni, e in età giovanile di V. Hugo, Balzac, Verga, Fogazzaro, Dumas ed altri, contribuì a creare dapprima dipendenza dai modelli prestigiosi cui si ispirava e in seguito, un certo disordine nella sua cultura, come si osserva dai giudizi resi sull’opera di innumerevoli Autori, che ebbero, comunque, grande  influenza sulla sua scrittura.

Dice di Eugenio Sue, maestro di Dostojevkij, “ quel gran romanziere glorioso o infame, secondo i gusti, ma certo molto più atto a commuovere l’anima poetica di un’ardente fanciulla”. Del Cavallotti dice: ”è il più grande poeta contemporaneo d’Italia”.

La Deledda scriveva poesie sotto l’influsso dei poeti minori dell’epoca, entrati nel vasto e arruffato mondo delle sue conoscenze. Si disperava:”non avrò mai il dono della buona lingua italiana”.

La produzione letteraria in merito al folklore sardo ci ha dato una notevole raccolta di leggende e delle costumanze della Barbagia ed ha permesso all’Autrice di entrare in sintonia con il popolo, con gli oppressi dalle regole morali e dal fato. Tutti i suoi personaggi entrano in questo girone di perdizione e di espiazione: ”l’anima umana pecca, ma nel peccato stesso c’è il castigo”.

Notorietà nazionale le venne dopo che il critico Ruggero Bonghi ebbe scritto la prefazione al romanzo “Anime oneste” (Milano, 1895); “il romanzo si costruisce sulle vicende dei parenti e servi più vicini, in una trasposizione fantastica immersa in un paesaggio che aprì alla sua animai larghi orizzonti d’infinito” (Goffredo bellonci); ma il primo romanzo a decretarle successo e riconoscimenti fu ”La giustizia” (Torino 1899), in cui abbandona in parte gli schemi narrativi della prima giovinezza e raggiunge forte profondità e impegno. Vi compare una vera passione morale, cupe atmosfere di colpa. Il rifarsi al mondo sardo non significa, in questa fase, adesione ai moduli del romanzo verista originatosi in Italia con le opere di Capuana e Verga, nè la descrizione di un mondo provinciale delle ragioni economiche della vita umana, bensì una visione lirica e fiabesca del paesaggio e dell’ambiente all’interno del quale si agitano le passioni e i sentimenti dei personaggi, immersi in vicende contraddittorie che preannunciano dolorose espiazioni e vani tormenti.

Gli aspetti materiali sono sfondo di un’ostinata evocazione di psicologie tormentate, incarnate in personaggi schiacciati dal dubbio morale e consumati da lunghe e morbose preoccupazioni. Questi aspetti sono presenti in “Elias Portulo” (Torino, 1903).

Nella descrizione dei personaggi e degli eventi, la Deledda esercita una notevole competenza ad entrare nelle pieghe più intime dell’animo umano, dando forza alla tradizione decadente dell’epoca letteraria. La sua tenacia morale era dono della sua terra. Forse quel mondo non era riconoscibile dai sardi perché trasfigurato dall’immaginazione della scrittrice; ma è sarda la passione di colei che cerca di esprimere in forme epiche il proprio spirito e che ricrea la propria terra per dare un luogo non troppo distante e solitario ai personaggi dei suoi romanzi e ai loro drammi umani.

Il sentimento religioso, contribuì ad affinare la sensibilità dell’Autice ed entrò largamente nell’intimità dei pesonaggi: ”Il giudizio universale è sulla terra a tutte le ore    … Dio non è il dio dei morti, è il Dio dei viventi…è detro di noi…”

Trasferitasi a Roma nel 1898 pubblicò un gran numero di romanzi e di racconti, alcuni di scarso rilievo letterario, altri di grande successo (Cenere, La via del male, L’edera, Il nostro padrone, Le colpe altrui, Marianna Sirca) e il famoso “Canne al vento” (Milano 1913) che le valse il premio Nobel. In questa opera l’espiazione della pena sfuma in accenti fiabeschi sullo sfondo di paesaggi popolati da spiriti, di paesi in rovina, di vecchie famiglie chiuse in un cupo orgoglio. Il mondo poetico diventa sempre più ampio e vi subentra l’attenzione alle nuove classi sociali. A Roma fu anche in contatto con sceneggiatori e registi per la traduzione in opere teatrali o filmiche, delle sue narrazioni, specialmente novelle e racconti.

“Cosima”, opera postuma, rivela il turbamento e i pensieri della protagonista malata di cancro: qui Grazia Deledda narra i suoi stessi tormenti, la malattia che la condusse alla morte nel 1936. Chi fu allora questa illetterata letterata? Quanto e quale amore per la scrittura la spinse alle sfide di cui si è scritto? Una donna tenace, testimone del suo tempo, innamorata profondamente della propria terra, lettrice attenta dell’animo dei suoi personaggi e  figlia di un’appartata lontananza dal Continente.

 “Aveva una carnagione bianca e vellutata, bellissimi capelli neri lievemente ondulati, e gli occhi grandi, a mandorla, di un nero dorato a volte verdognolo con la grande pupilla appunto di razza camitica che un poeta latino chiamò doppia pupilla, di un fascino passionale irresistibile”.

Questa la descrizione di Cosima, il suo “io” allo specchio, mentre fuggiva la vita e inaridivano le suggestioni della sua terra.

Tra il 1943 e il 1955 le opere di Grazia Deledda furono raccolte in un unico volume.

Marisa Cossu

 

Libri consultati:

  1. Panerai,Scrittori italiani dal Carducci al D’Annunzio
  2. Deledda, i Nobel, 1926, Ed.UTET
  3. Bellonci, in “L’isola” del 13- 10-1937
  4. Flora, Dal Romanticismo al Futurismo, Milano 1925

Grazia Deledda

All’Elba

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Isola d’Elba

All’Elba

 

Il mito è ancora qui

sui ciottoli screziati delle Ghiaie

tra l’acque del sommerso porto Argivo;

forse nessuno prima aveva visto

i naviganti eroi cercare il vello

e riposare stanchi sulle rive

di antichi santuari in fondo al mare;

forse nessuno ancora aveva visto

i relitti del tempo riaffiorare

dove il futuro a navi immaginarie

riservava il compianto,

un silenzio marino di campana

rapita dagli abissi del dolore.

Ma il grido è ancora qui:

rifrange l’eco il pianto di un amore

immemore e consunto

e l’isola prescelta dalla Dea

verdeggia ancora intorno alla dimora

che s’affaccia silente e misteriosa

tra le rocciose grotte presso il mare.

A te perla Aethalia il dolce canto,

a te il Tirreno guidi i suoi delfini.

Ti sia propizia l’onda

e lieve il Maestrale.

 

Marisa Cosssu

ICARO

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Matisse, Il volo di Icaro

 

 

Mi prende voglia di provarci anch’io,

aprire di me stesso il labirinto

sciogliere il laccio da cui sono avvinto

 verso il sole volare come un dio.

 

Icaro guarda dal suo mito il mio,

larghe le ali che di pece ho tinto

-nel quadro di Matisse son dipinto-

attratto dal supremo barbaglio

 

del Sole eterno, e forte frenesia

 mi spinge dove non si può salire,

né mutamento aiuta a ritornare

 

della mia apoteosi in fondo al mare,

se non sciolto nel fuoco per morire,

uccello, uomo, qualunque cosa sia.

Marisa Cossu

 

Aspetterai

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Senza di me navigherai sperduto

per onde e mari dalle vaste rive

e non potrai voltarti per vedere

che cosa mi trattiene e lega a terra.

 

Aspetterai che il passero ritorni,

come ai bei tempi, a saltellarmi intorno,

che mi susciti amore e una carezza;

ma null’altro che il vuoto mi raccoglie,

 

la notte mi ghermisce per la veste,

 liquida mi discioglie nella forma

dell’acqua senza posa e sono fiume

 cantato dai poeti, quel Galeso

 

dove vivemmo il mito , il dolce vino,

l’incanto della prima giovinezza.

Tu, Sole, eterno passi in alto: segui

quell’arco che ci sfugge e in ombra muore.

Marisa Cossu

La rondine

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Sul filo della luce indugia il volo

di una rondine stanca di cercare

l’aria serena che dai monti al mare,

più non ritrova e triste mira il suolo

 

dove di fumo grigio han fatto dolo

gli uomini che non sanno più sognare,

torri di ferro pronti ad elevare,

mentre sale dal mondo un alto duolo.

 

Come la rondinella sopra il filo

sto coi pensieri sulle gronde nere,

m’angustia il luogo, questo strano asilo;

 

sogno l’estate, dolci primavere,

quando all’ameno tetto del ritorno

andava il cuore in un azzurro giorno.

Marisa Cossu