L’ archeologo

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giorgio_de_chirico_006_archeologo_1927[1]

Giorgio De Chirico, L’ archeologo, 1927

Riappropriarsi di sé,

lasciare ad altri

la vuota archeologia

della città di pietra;

la paura di vivere

edifica cortine

di pensieri d’ argilla

dove il tempo entra

con l’ immobile polvere

e le cose  rifugiano

l’ ultimo alito di poesia

nell’ombra che sovrasta le pietre

trasformate in memoria.

Dove il sottosuolo si apre

a nuove costruzioni,

posa mattoni di fantasia

sulle rovine e le ingiurie

tu ci sei; senza volto siedi

sui gradini del dubbio,

senti il vuoto alle spalle

e provi incerto e solo

l’ansia per il futuro.

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  1. La paura di vivere edifica cortine di pensieri d’argilla dove il tempo entra con l’immobile polvere.

    Bellissima. E bellissimo come hai reso la tensione dello sguardo che si rivolge ora alla memoria, abitata da un ultimo alito di poesia, ora ad un futuro incerto, edificato coprendo rovine e ingiurie, visto con il vuoto alle spalle, ora alla necessità di riappropriarsi di sé.
    Così la leggo io, forse animato dal medesimo bisogno.

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