Io dimoro

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Alexandre-Cabanel-xx-The-Evening-Angel-xx-Musee-Fabre[1][1]

Alexandre Cabanel, The Evening Angel 1848

La casa attende la notte:

io dimoro in me stessa

come in un nido di rovi;

le spine non mi feriscono

perché il mio corpo è l’ombra

che avvolge impalpabile la sera

e fruga tra i pensieri perduti

per cercarne uno solo

che abbia senso di vita,

uno, in cui tutto sia incluso

e resista alla nebbia del tempo.

©Marisa Cossu

 

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  1. Meravigliosa… Talmente intesa e ricca che ho dovuto leggerla più volte per coglierne gli innumerevole significati…
    E forse, dopo il mio commento, la rileggo ☺️
    Complimenti 😍
    Ps senza forse ☺️

  2. Che parole stupende hai usarto per confezionare immagini veramente evocative.
    Mi hanno colpito questi quattro versi
    io dimoro in me stessa

    come in un nido di rovi;

    le spine non mi feriscono

    perché il mio corpo è l’ombra
    Un pensiero davvero stupendo.
    Serena domenica sera

  3. IL RIFUGIATO

    solo fuggire, dall’orrore
    di povertà e miseria
    di guerra e violenza
    di oppressione e tortura
    di fame e privazioni

    lanciarsi verso l’ignoto
    abbandonarsi al destino
    scommettere la propria vita
    senza conoscere il futuro
    un lancio senza paracadute

    questo fa un rifugiato
    nient’altro che fuggire
    dalla propria sofferenza
    ma ha un prezzo da pagare

    una più grande sofferenza :
    per sempre abbandonare
    la propria terra natia,
    le proprie radici

    e tutto questo a causa
    della malvagità
    dell’egoismo
    dell’avidità

    di suo fratello …

    Claudio

  4. Ciao Marisa

    tra le mie e le tue non c’è paragone (e ci mancherebbe) ma mi faceva piacere “mostrartele”
    calcola anche che io fino a circa 7/8 mesi fa non avevo mai e poi mai scritto una poesia,
    poi alcune “amicizie” particolari (ad esempio un autore che ricorre spesso nel mio sito eheheheh) mi hanno trasformato … ma sempre scarso rimango 😉

    🙂

    • Hai reso una profonda e sentita riflessione sulla realtà dell’uomo, rivelando a te stesso e agli altri l’ineludibile e dimenticata funzione sociale della Poesia. In fondo essa è descrizione della città dell’uomo, a volte è ripiegata su se stessa, altre si apre, come tu fai, per camminare tra la gente comune, per scendere nella vita di tutti i giorni e per comunicare l’urgenza di un nuovo umanesimo. Non sappiamo che cosa sia la poesia, ma possiamo ri-conoscerne i sintomi universali anche nei nostri semplici ma sofferti versi. I tuoi sintomi sono parole lievi ma con quaranta di febbre. Chi è il poeta se non colui che trasforma in “parola” la sofferenza e il disagio dell’uomo? Ora attendo di leggerti ancora. Marisa

  5. Pingback: SABATOBLOGGER 10 – I blog che seguo | intempestivoviandante's Blog

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