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Maria Luisa Dezi intervista Marisa Cossu

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Intervista di WikiPoesia

A cura di Maria Luisa Dezi (febbraio 2020)

Sei nata a Monterotondo, in provincia di Roma, ma abiti a Taranto. Il nome poi rivela qualcos’altro. Qual è la tua storia?

Tutto ha inizio in un piccolo paese della Sardegna, Pabillonis, detto “La palude degli uccelli” perché grandi aironi rosa si soffermavano nella palude originata da un fiume di acqua salmastra. Noi lì si giocava a forgiare uccellini e fischietti di creta, materia che abbondava sulle rive limacciose. Tra i ricordi, la bianca casa dei nonni, le vigne assolate e gli alberi dei fichi maturi, la vastità del mare che si mostrava misterioso durante le vacanze al Poetto, spiaggia di Cagliari. Qui le mie radici, ciò che mi ha segnato intimamente e di cui si trova traccia in alcuni racconti e nelle poesie. Poiché mia madre era romana, è venuta a Roma per essere vicina ai suoi al tempo del parto. Ma la mia città adottiva è Taranto, la città magnogreca nella quale la mia famiglia si è stabilita e dove, dopo gli studi, ho costruito la mia casa e una grande nuova famiglia. Qui ho lavorato come docente psicopedagogista impegnata, con l’Università, il Provveditorato agli studi e con altre agenzie educative, nella formazione e aggiornamento degli insegnanti.

Invece, la poesia quando è entrata nella tua vita?

Non saprei dire con esattezza quando mi sono accorta di guardare al mondo e a me stessa con un misterioso “sentire”.  Forse la poesia mi cercava ed io ne coglievo i segni nella bellezza della natura, nei palpiti del mio animo adolescente, nella curiosità verso l’universo, nell’apertura agli altri; la poesia è un “Essere errante”: dalla prima giovinezza ho imparato ad aspettarlo. Quando manca è assenza, attesa, crisi; quando nasce e mi cerca è un miracolo epifanico.

Come nasce una tua poesia. La scrivi di getto o con fatica? Poi la lasci andare o continui a limarla e a perfezionarla?

La poesia origina dal complesso ingranaggio cuore-cervello, dal mio essere immerso nel mondo che mi circonda. È un fatto cognitivo e spirituale a un tempo, perciò non può che essere espressione di identità, libertà e coerenza; ma anche di studio e passione per la grande tradizione letteraria. La vita è poesia: essa è dappertutto, nello scavo interiore, nelle piccole cose, nel cosmo che si manifesta con i suoi fenomeni ciclici. Con i miei versi canto la gioia, il dolore, la morte e i risvegli della Natura. Guardo gli innesti che il tempo organizza tra gli esseri umani, gli animali e le cose. La poesia nasce dalla disponibilità ad avvertire tutte queste cose. Non scrivo mai di getto, o molto raramente. A volte inizio con un endecasillabo che m’innamora e che dopo alcune ore o giorni diviene testo, contenuto e pensiero intorno all’uomo e all’infinito. Spesso correggo e limo anche a distanza di tempo: so che la poesia è un messaggio denso, so che la ridondanza non giova alla comunicazione; perciò oltre che all’osservanza di regole compositive, proprie della metrica, tendo a versificare per sottrazione, con linguaggio chiaro e diretto.

Un tuo libro si intitola La vita bella-Pensieri e parole .

La vita è bella?

Uno dei miei primi libri s’intitola “La vita bella, pensieri e parole”.  La vita bella è quella di cui parlo nella silloge: un viaggio tra i miei affetti più cari, i ricordi ancor vivi, le persone che non ci sono più e le metamorfosi che io stessa ho subito nel tempo. La vita bella è amore, legami forti tra esseri umani, rispetto e accoglienza. È Il miracolo di un risveglio, il poter pensare, con pacata tristezza, ai dolori inevitabili e trovare consolazione nel trasporre i sentimenti in poesia. Perciò leggeremo composizioni che rievocano immagini di vita quotidiana, pensieri propri della mia visione del mondo.

In questo libro, tra l’altro,   c’è una bellissima poesia dedicata a tuo padre che sta accanto a tua madre fino alla fine:” Il cancello azzurro”. Ci ricordi la storia di questa poesia?

Qui leggiamo “Il cancello azzurro”, un’immagine che ho anche dipinta su tela, tanto era forte in me quella suggestione. I miei genitori si sono sempre dedicati l’uno all’altro. Mia madre era più fragile e il babbo non la lasciava mai: sedevano di fronte ad una grande finestra affacciata su un giardino incolto dove campeggiava un cancello azzurro tra una pianta di capperi selvatici dai grandi fiori bianchi e rampicanti con fiori colorati. Volavano intorno piccoli uccelli. I miei cari aspettavano lì il trascorrere del tempo e il temuto distacco. Il loro amore mi è stato d’esempio e di conforto nei tanti eventi della vita.

Di che cosa tratta, invece, il libro “Di ombra e di luce”? Perché dici che ti rappresenta meglio?

“Di ombra e di luce” é l’ultima silloge pubblicata lo scorso anno. Ora sono in attesa di due nuove pubblicazioni vinte con la partecipazione ad importanti premi letterari. Questo libro mi è caro perché è segno di una maturità poetica, stilistica ed estetica, conquistata in molti anni di lavoro sia nella composizione in versi che in saggistica. Scritto completamente in metrica reca la prefazione prestigiosa del poeta e critico letterario Nazario Pardini. In questo libro la mia anima filosofica, intesa come interesse e visione del mondo, si manifesta con forza.  “Raggiungere una meta dopo un lungo viaggio è quello che si propone la poetessa; se poi intravede il volto della bellezza, di tutto ciò che è ristoro, alcova, quietezza, la sera assume un colore diverso: quello dell’amore che giustifica la vita” (dalla prefazione di Nazario Pardini)

Nel mondo di oggi così chiassoso e in cui siamo bombardati da immagini, qual è il ruolo della  poesia così quieta ed intimistica?

Rapporti veloci ed effimeri, bulimia di possesso, indifferenza e rumore caratterizzano la società “liquida”. La tecnologia, pur apportando un grande progresso in tutti i settori della vita, ha spento ruoli e funzioni che nel passato avevano rappresentato approdi, ha inaridito il tessuto sociale ed è sempre più difficile distinguere il reale del virtuale. Siamo in una grande illusione, un delirio di onnipotenza dove anche la poesia appare utopica ed è considerata “terminale”. Ma, dalle discariche della crisi in cui è precipitata, la poesia deve pur risalire per trasmettere valori etici oltre che estetici. L’innovazione deve però nascere dalla identità e dalla tradizione: deve essere ponte tra il lascito dei grandi e il linguaggio dei nostri tempi. Non c’è bisogno d’altro perché la poesia è di per sé rivoluzionaria nel senso che l’individuo toccato dalla grazia della poesia, diventa migliore e riesce ad addolcisce la durezza del vivere. Per quanto riguarda le mie speranze e i miei sogni, reputo un miracolo immenso possedere il dono di ambire a diventare poeta. Non so se mai potrò chiamarmi poeta. È troppo alto e nobile il significato del termine perché io possa riferirlo al mio poetare; tuttavia credo di essere in buona fede quando aspetto che la mia Compagna Trascendentale, venga a illuminare le mie parole.

Quali sono, invece, le attività socio-culturali a cui ti dedichi?

Faccio parte di alcune associazioni culturali in tutta Italia e nel mio territorio, sono giurata e presidente di concorsi letterari, partecipo a reading poetici, ho un mio Blog di letteratura su WordPress e sono collaboratrice del Prof. Nazario Pardini nel suo Blog culturale “Alla volta di Lèucade”. Su riviste on line, giornali, e riviste cartacee, sono state pubblicate opere di poesia, critica letteraria, saggistica. Hanno scritto di me alcuni apprezzati poeti e critici letterari.  Il mio hobby preferito è la pittura. In questi ultimi anni ho collaborato con i Licei del territorio in progetti di sensibilizzazione alla lettura e alla poesia. Il contatto con i giovani nelle ore assegnatemi per la durata dell’intero anno scolastico è stato bellissimo. Gli interventi sono culminati in concorsi di narrativa e poesia tra gli studenti coinvolti nel progetto. Con i docenti, penso di aver suscitato grande impegno e collaborazione. I giornali d’Istituto e i testi prodotti dai ragazzi, testimoniano il raggiungimento degli obiettivi.

Ora, a quale progetto stai lavorando?

Dopo l’uscita dei due libri che avverrà tra qualche settimana, prenderò una breve pausa di riflessione; ma è già in corso d’opera un nuovo libro di saggistica. Aspetterò sempre che la poesia mi faccia la grazia di manifestarsi: non v’è progetto più entusiasmante di quello di dar vita a nuova scrittura e tener viva la propria creatività. Darò certamente seguito a tutte le attività cui mi sono dedicata fino ad ora, in particolare ai progetti rivolti alla Scuole.

 

QUATTRO POESIE INEDITE di Nazario Pardini SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO

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L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

Auschwitz- Auschwitz

(Invitiamo tutti i lettori ad inviare alla e-mail di Giorgio Linguaglossa glinguaglossa@gmail.com per la pubblicazione sul blog poesie edite o inedite sul tema proposto)

L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ- che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè…

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Protagonisti – Marisa Cossu fine tessitrice di versi poetici.

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Antonino Schiera Riflessioni d'Autore

Marisa_Cossu La poetessa Marisa Cossu

Parlare di Marisa Cossu non è esercizio semplice in quanto siamo di fronte ad una poetessa e saggista che riesce ad unire rare doti, che non sempre riescono a convivere, all’interno di una notevole produzione letteraria. A lei questo succede, per via di un virtuoso incontro tra conoscenza e poesia, che le sono valsi numerosi premi letterari di alto livello.

La sofisticata bellezza dei versi volteggia in perfetta simbiosi insieme alla ricercatezza ed al rispetto delle regole di metrica e delle tecniche poetiche, senza che venga tralasciata e avvilita l’originalità.

Ho avuto il piacere di conoscere Marisa Cossu in occasione della premiazione del Concorso di Poesia Internazionale “Gocce di Memoria” che si è svolto il 4 giugno 2017 nell’incantevole Castello D’Ayala Valva di Carosino in provincia di Taranto. In questa occasione la sua poesia “Il ritorno a casa” è risultata prima classificata nella sezione “Gocce di Memoria”

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“ALLA VOLTA DI LEUCADE” Blog di Nazario Pardini

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NAZARIO PARDINI LEGGE: “POESIE” DI MARISA COSSU

 

 10.- Roma 2016 (8)
Marisa Cossu, collaboratrice di Lèucade

“Una poesia morbida, contaminante, di eufonica intensità meditativa, dove l’animo, affidato ad una alternanza di endecasillabi e settenari, si diluisce in una fluidità narrativa di urgente resa poetica. Abbrivi emotivi, mediazioni esistenziali, scosse sinestetico-allusive, figure di redditizia metaforicità, vertigini di panica immersione, tutto contribuisce a rendere questa poesia estremamente umana, marcata dal supporto di una verbalità che va oltre gli schemi della semplice morfosintassi: una grammatica poetica in note di sinfonia wagneriana. Fenollosa Ernest Francisco afferma che “La poesia è l’arte del tempo”; mentre Alfredo Panzini  definsce i poeti “simili al faro del mare”. Perché iniziare con queste citazioni? È presto detto: sembra proprio che il “dum loquimur…” segni una tappa importante nel diacronico sviluppo delle emozioni della Cossu.

Dove va la vita

mentre di sabbia e pioggia ricoperti,

chiediamo in elemosina una luce

che ci consoli e ci ridoni amore.

Il tempo scorre, e il più delle volte fagocita la parte più importante del nostro vissuto: nascono interrogativi inquietanti che riguardano il nostro rapporto colla clessidra, col memoriale, con thanatos, eros, con tutte quelle questioni che ci poniamo e che sono alla base della nostra inquietudine esistenziale. D’altronde l’uomo è un  piccolo tassello fra il rien e il tout, e soffre della sua precarietà, del fatto di vivere coi piedi a terra e con l’animo vòlto all’azzurro. Una dualità insormontabile data la cecità del nostro esistere; un azzardo senza esiti data la vastità che ci circonda. Pensare il tutto non rientra nelle nostre possibilità. Da qui lo slancio della Poetessa verso vette che la sottraggano alle  precarietà del quotidiano: il Bello, la spiritualità che vinca la materia,  il sogno, l’amore, pur cosciente, Ella, della futilità del qui e del quando:

il  distinguersi nel comune fato,

è illusione evocata,

è misura dei nostri passi incerti

nell’infinita logica del tempo.

Sì, riconosce, la Nostra, la misura dei nostri passi incerti, questo stato nell’infinita logica del tempo. Ma con ciò, pur partendo dalle cose più umili, non rinuncia a quel sentimento umanamente umano, insito nella natura di noi esseri viventi: quello di sorpassare il nostro stato di navigatori senza bussola; farsi Ulisse in cerca di un faro che illumini l’imbocco del porto; in cerca di un’Itaca che ci attende ai confini di un mare immenso e pieno di scogli e di trabucchi. Ed è per questo che la citazioni di Panzini  bene si confà alla ricerca ontologica della Nostra. Il faro del mare. Quella piccola striscia di luce che illumina una infinitesima parte dell’Oceano. Quale simbolo può essere più vicino alla natura dell’uomo; di un essere che allunga lo sguardo oltre i limiti di quella luce, perché è nato per il tutto, per la pluralità dell’universo, per raggiungerlo attraverso la navigazione odisseica di quei gorghi che lo dividono dalla luce; da un sempre da cui forze è nato il suo esistere e verso il quale ambisce tornare per il suo completamento.

Così m’illudo che sia vita questa

che ruba il senno e muto lo riduce,

 stanco e distorto, che nel vuoto resta

 disilluso e sfinito, senza luce.

Forse appigliandoci ad un memoriale che il tempo ha passato dal suo vaglio, rendendolo degno di esistere, significa dare più consistenza alla vita; significa riportare a galla quella parte di noi che l’ingordigia dell’oblio  aggredisce ogni minuto, ogni ora, ogni giorno:

Mentre viviamo già si è consumata

 la fiamma del pensier tanto cercata.

E non è detto che sperdendosi nel Bello, in quella spiritualità che tanto sa di vita ultra, non valga a distrarci dal nostro enigmatico e misterioso destino di mortali.

Non fu solo bellezza a entrarmi dentro

ma l’incontrarti in quella valle amena,

vederti all’improvviso,

mentre salivo il monte della vita.

Come non è detto che la coscienza dell’esistere, il rammarico per la brevità di una vicenda, non siano segni di un forte attaccamento alla stessa; d’altronde questa è la nostra storia: la storia che ciascuno conclude senza gloria; quella che fu bella e che il tempo cancella con un soffio; e del cui cammino  alla sera si approssima il confine “tra terra, cielo ed argentee marine”:

Ciascuno la sua storia

conclude nel silenzio, senza gloria:

 

ai vivi il commentare

con discorsi banali e frasi amare

 

la vita che fu bella

e che vien tolta; il tempo ne cancella

 

con un soffio il cammino

e, al calar della sera, più vicino

 

si approssima il confine

tra terra, cielo ed argentee marine”.

NAZARIO PARDINI