Archivi categoria: poesia

VASI

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Anfora-Panatenaica[1]

Vasi

 

Di terracotta un vaso e uno di rame

trascina la corrente verso il mare.

È un fiume che si gonfia tra il pietrame

e fa paura al meno resistente

 

che, destinato ad essere rottame,

naviga a vista sempre più prudente;

l’altro lo affianca pronto a farne strame

e si avvicina altero e indifferente.

 

Chi la pochezza sua vuol preservare

se, per sfortuna, è il meno dotato

deve tenersi al largo dal potente:

 

si guardi dal compagno prepotente

e si allontani dopo avergli dato

lo spazio che pretende al suo passare.

Marisa Cossu

 

IL CANE FEDELE

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Il cane fedele

 

Un cane messo a guardia dal padrone

vide un ladro che, entrato a notte fonda,

gli gettò, per placarlo, un buon boccone.

 

“Oh – abbaiò il cane- vuoi che mi confonda

e tradisca per poco il mio signore

quando il cibo per me qui sempre abbonda?

 

Chi all’improvviso generoso appare

piace solo agli stolti e non inganna

chi la vita conosce e, ad abbaiare,

il cibo si procura e non si affanna”.

Marisa Cossu

 

I due viandanti e l’orso ( da Esopo)

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I DUE VIANDANTI E L'ORSO -A5-03[1]

 

 

Se per malaugurata situazione

mentre viaggi col migliore amico

Incontri un grosso orso e per reazione

Il tuo socio in men che non ti dico

 

sale su un alto albero e alla sorte

ti lascia a terra in preda alla paura,

stenditi muto, simile alla morte,

non respirare e finché l’orso dura

 

a rigirarti intorno, finché annusa.

Se poi va via, già pago del terrore,

allora guarda in viso il tuo sodale:

 

degno non è d’esser chiamato tale

chi nel bisogno non dimostra cuore

e per opportunismo d’altri abusa.

Marisa Cossu

DOMANDE

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Albardili, L’ATTESA

 

 

Domande

Da dove vengo; forse da un silenzio

fattosi sangue per un grumo sciolto

da pietra di caverna;

forse dal lato spazio d’infinito

che non conosco e miro.

 Vago nell’esistente, la mia vera

ragione è scritta in questo manifesto

 di cose intorno al sole

e in esso senza peso mi rigiro.

 

Come si spiega questo tutto, avaro

di segni e di speranza,

in uno stesso luogo e stesso tempo

tra melma e fango, dove i morti tronchi

tagliano strade vuote;

e poi ristoro d’ acqua,

dove uno spento faro

imbianca la scogliera

fino a mostrarsi acceso, intermittente.

Lì depongo le braccia sanguinanti,

ali imbrattate dal terreno affanno,

dentro il dolore che mi ha ben nutrito.

 

E mi salvai per la vincente forza

di un volo di pagliuzze misterioso

che si levava al sole 

e con esso splendente trascinava

l’ultima spina di una bianca rosa.

Marisa Cossu

 

 

 

E viene il sonno

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Guttuso (2)

(Guttuso)

 

 

 

Infine consuma i pensieri

la notte

ed essi diventano schiuma

di sogni perduti, di rotte

smarrite, di piuma

 

soffiata lontano dal vento

che sale,

spartito di un tenue lamento

ruggente nel tempo ancestrale

che il sonno riesuma.

 

In stanze segrete del cuore,

notturno rifugio dal male,

l’immemore conta dell’ore

s’inoltra  sul filo fatale

e simile a morte dormiente

la notte in un algido telo

mi stringe nel tempo di un niente,

di un velo.

Marisa Cossu

UOMO

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Picsart

 

 

Ho visto l’uomo travagliato e stanco,

alieno agli altri e forse anche a se stesso,

per una via di sassi e stretto al fianco

da un cilicio di colpa, sempre oppresso.

 

E quell’uomo ero io, quello il tormento

della mia corsa verso l’infinito,

da scontare vivendo in un momento

in cerca di me stesso e mai capito

 

da chi mi sfiora intorno, né dal cuore

di chi dice d’amarmi e non mi vede;

ed io continuo a vivere il furore

della follia che tregua non concede,

 

il desiderio di essere persona

e poi salire su un antico albero

dove voce divina più alta suona,

dove speranza mi conduca al vero.

 

Se abbraccio l’uomo, forse anche la pena

sarà spezzata come una catena.

Marisa Cossu

 

 

 

Ma non si vede

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Ma non si vede il cielo

da questo tetto d’ombra

della città di pietra; ma l’afflato

dei vivi, anime oranti,

versa voci di attesa nell’eterno.

E camminiamo insieme all’accaduto;

della stessa sostanza vivi e morti:

il memore rimpianto del passato,

il distinguersi nel comune fato,

è illusione evocata,

è misura dei nostri passi incerti

nell’infinita logica del tempo.

Marisa Cossu

 

A mia madre

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A mia madre

 

Quelle tue vesti chiare,

quegli occhi pieni d’ombra

e quei gesti gentili

sono tra i resti delle cose amate,

nella memoria che mi ruba il tempo

a poco a poco. Tu resisti, amata,

e accendi un lume fioco nel deserto

dell’animo ingiallito

dai miei troppi ricordi,

film che trascorre muto

nell’accaduto; sono ombre di rose

reclinate nella calura estiva.

Marisa Cossu

Ora che il tempo

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Ora che il tempo inaridisce e gela

anche il soffio di un alito sul vetro

dalla finestra guardo naufragare

la vita già vissuta come l’onda

che sulla riva opposta si allontana,

mentre, tra i resti delle cose amate,

si adagia il mio pensiero e stanco sfoglia

il libro del mio vano divenire;

marino incanto che spumeggia e lotta

tra i venti e le tempeste,

campo di pane che alla trebbia piega

le spighe al suolo scuro.

Quando l’Estate macinava il grano

ero un uccello libero nel volo,

che di gazzarre poi faceva nido;

sempre quelle domande all’infinito:

dove va il vento, dove quel confine

che con un freddo brivido m’inquieta;

chi taglia i rami alle morte stagioni,

chi dell’Eterno svela il volto buono.

E domandavo alle notturne stelle

se l’attimo fuggente

sarebbe ritornato come allora

a parlarmi d’immenso;

ma passa il tempo. Dove va la vita

mentre di sabbia e pioggia ricoperti,

chiediamo in elemosina una luce

che ci consoli e ci ridoni amore.

Marisa Cossu

 

Ti riconobbi

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Ti riconobbi, amor, tra l’altra gente

per i tuoi occhi verdi come il mare

ed una freccia mi colpì pungente

 

in mezzo al petto dove il tuo solare

raggio disciolse il mio lieve tremore:

ero colei che non sapeva amare.

 

E insieme a noi trascorsero le ore,

le notti, i giorni, il tempo dell’ amore.

Marisa Cossu