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La Palude degli uccelli

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“Uomo libero, sempre tu amerai il mare!

Il mare è il tuo specchio;

puoi contemplare la tua anima

nell’infinito svolgersi delle sue onde,

e non è meno amaro l’abisso del tuo spirito”.

(Charles Baudelaire, “L’uomo e il mare”)

 

 

I

Domizio scoprì la vastità della solitudine in un giorno di settembre e la paragonò alla vastità del mare che vedeva per la prima volta. Il treno a vapore su cui viaggiava ad un tratto iniziò a costeggiare una distesa azzurra e piatta, solo lievemente increspata di bianco. Non sapeva cosa fosse la sensazione di abbandono, di attesa e di vuoto che lo assaliva, ma capì di essere solo, quando il grande mutamento della sua vita di bambino gli si parò davanti con la distesa azzurra del mare segnata dalla linea dell’orizzonte.

Il mare era oltre le vaste radure del Campidano: bisognava arrivare al treno di una piccola stazione su di un calessino o di un carro con quattro seggiole impagliate, tirato da muli grigi e rassegnati al faticoso percorso lungo la stradina sterrata che costeggiava il fiume. Da lì si vedevano i salici della palude e si indovinava l’ampolla da cui originava il corso d’acqua ristagnante in acque salmastre. Domizio era ansioso di rivedere l’ansa del fiume che grandi uccelli tingevano di rosa con le larghe ali aperte nell’acqua ferma e scura. In quei luoghi erano custoditi i nascondigli infantili, le scorribande e i giochi  con i compagni che iniziavano ad apparire sempre più lontani. Il paese si chiamava Pabillonis, (“La palude degli uccelli”). Il nome faceva pensare alla creta dello scarso fiume quasi salmastro, che nascondeva il tesoro di una sorgente di acqua dolce da cui le donne attingevano con grandi brocche portate sul capo. Impronte misteriose affossavano la molle fanghiglia e restavano impresse come messaggi del tempo.

 

Alcune ore di viaggio lo separavano dalla nuova vita, dal collegio di Cagliari dove avrebbe trascorso molti anni di studio; al suo paese, infatti, l’istruzione pubblica si concludeva con la frequenza di una pluriclasse e al ragazzo, molto dotato, era toccato completare gli studi con un severo pedagogo, Don Gavino, parroco del paese. Così era riuscito a superare l’esame di ammissione alle superiori ed ora era lì in viaggio con la madre e il padre, pensieroso e in preda all’ansia. La madre lo guardava sottecchi senza osare abbracciarlo. Gli  passava furtivamente qualche  fetta di torta che lui sbriciolava  tra le mani. Il padre, taciturno, di tanto in tanto tirava fuori dal taschino un orologio. Quell’atteggiamento e quei gesti rimasero nel suo animo per sempre, più loquaci delle parole non dette; intanto le case di mattoni impagliati e perfino la sua, più alta, bianca, fresca e spaziosa, si allontanavano definitivamente, con il ricordo del vecchio pianoforte sulla cui tastiera il padre suonava ad orecchio. Domizio sentiva che da quel momento, per lui e per il suo mondo, tutto sarebbe cambiato, sparito, come il grande nuraghe presso casa trasformato dalla storia in una immensa pietraia.

Era il settembre dell’anno 1923 e Domizio avrebbe compiuto dodici anni a novembre. Le notizie che in quegli anni giungevano dal Continente sfioravano appena l’animo e la mente del ragazzo e dei suoi compagni e la realtà oscura verso cui si avviava il Paese restava quasi estranea al silenzioso ed appartato mondo del collegio.

A Natale dello stesso anno fu chiamato in Presidenza: uno zio era venuto a prenderlo perché la madre era ammalata. Quando giunse nella grande casa, l’andirivieni delle donne che passavano veloci e curve davanti a lui, seduto su un’alta sedia nel corridoio, lo spinse ad affacciarsi timidamente alla camera dove la madre giaceva bianca come la coperta lavorata all’uncinetto posata a bella posta sul letto, con gli occhi chiusi e uno strano sorriso sulle lebbra livide.

Il padre gli si avvicinò – La mamma non è più con noi – disse sottovoce.

 

II

“A volte il mare non canta, urla!

Urlano le onde scolpite dalla tempesta e il grido scende e si diffonde nelle oscure profondità come relitto posato sul letto della storia, sulle sommerse necropoli, sulle città sepolte, sulle navi sprofondate nel cuore degli abissi”.

 

Nell’incubo di una notte di alcuni anni dopo, il mare non era più quello immaginato e vissuto nell’esperienza: l’emozionante distesa azzurra, spesso animata da alte onde spumeggianti, ora si agitava in gorghi scuri e limacciosi; tetri fuochi si accendevano intorno illuminando corpi straziati e relitti di ogni genere.

 Un inferno di sale, di nafta, di sangue e di morte cresceva insieme a grida, invocazioni, urla e gemiti. L’acqua gelida era un letto molle in cui, prima si affossavano e, con il trascorrere delle ore, galleggiavano corpi gonfi. Il buio era totale interrotto da incendi di carburante a pelo d’acqua

Ad uno ad uno gli uomini aggrappati a brandelli insicuri ma ancora bramosi di vivere, sfiniti e feriti lasciavano la presa per inabissarsi con le loro pesanti divise di soldati, nella buia profondità marina. Saliva un coro tremulo e ripetitivo di voci labili che chiedevano aiuto e si udiva un pianto silenzioso confuso allo sciabordio delle onde. Il buio totale era spezzato da incendi di carburante da cui bisognava allontanarsi con le poche forze residue.

Era il lamento di uomini comuni, soldati, giovani. Erano gli eroi semplici ma non banali, gli eroi di tutti i giorni, devoti al proprio dovere, alla Patria martoriata, obbedienti ma non rassegnati malgrado le incertezze e gli orrori della guerra. Si chiamavano l’un l’altro lungamente con accenti diversi, con respiri diversi; ma Domizio era solo con se stesso e con Dio: dei suoi marinai non udiva più le voci, non c’era più segno. Anche Domizio come tutti gli altri implorò la madre e fu come un coro salvifico, infantile,salito al cielo dai moribondi.

Domizio pensò alla giovane moglie che aveva lasciato a Napoli con una bambina di pochi mesi e disperò di rivederla. Dalla nafta e dal fuoco salivano preghiere e imprecazioni mentre la grande nave si inabissava in pochi minuti portando con sé per sempre tutti coloro che non erano riusciti a salvarsi.

Nelle lunghe ore trascorse aggrappato ad un relitto in attesa dei soccorsi, ore in cui non provava né paura, né disperazione ma solo abbandono al destino e al dolore Domizio ricordava frammenti di vita culminati in quella terribile notte. Come aveva potuto il ragazzo della Palude trovarsi nell’inferno della guerra? Come era giunto a quel punto e quali strani giochi del destino avevano tessuto i fili dei suoi giovani anni?

Domizio ripensò all’inizio della sua vita di marinaio: il tempo trascorso in acqua con la pesante divisa intrisa di nafta e sangue, il freddo,  lo rendevano fragile e sempre meno lucido.

Ma i rapidi lampi di memoria lo aiutavano a non sentire la morsa del freddo, il dolore in tutto il corpo e in particolare ad un braccio, il sapore della nafta spruzzata dalle onde in bocca e negli occhi. Si sentiva sfinito,ma nella nebbia della mente non si accorse subito che alcuni corpi galleggiavano sotto di lui e che quei morti gli aprivano una possibilità di sopravvivenza.

Nei momenti di lucidità, rivide come in una nebbia l’inizio della sua vita di marinaio.

L’anno del diploma, (di anni di solitudine e di disciplina ne erano trascorsi molti da quel lontano settembre in cui, vedendolo per la prima volta, si era innamorato del mare), la sua famiglia, impoveritasi nel frattempo e in pratica ormai amministrata dagli zii materni, lo ritirò dagli studi e lo fece arruolare come volontario nel Corpo Reale Equipaggi Marina Militare.

Questa svolta della sua vita non gli procurò tristezza né un senso di perdita o frustrazione, ma una grande apertura verso la vita da intraprendere che si annunciava interessante e ricca di nuove opportunità.  Nel 1930, anno del suo arruolamento al Varignano (La Spezia) si formò come Segnalatore meritando il premio di studio  “I miserabili” di Victor Hugo.

Varie destinazioni di imbarco sulle navi e nelle stazioni semaforiche e radio telegrafiche in pace e in guerra lo condussero a Monterotondo (Roma) negli anni più oscuri del regime dove conobbe Norma, la donna della sua vita.

Seguirono altre destinazioni a terra e sulle navi e nel frattempo conseguì il grado di 2° Capo Segnalatore.

Intanto sulle promesse del futuro si addensavano venti di odio e di guerra. Domizio si era messo in viaggio verso la sua “Itaca” e per tutta la vita pensò di doverla raggiungere con la passione e la dignità di un vero uomo di mare.

 

 

III

“Quando ti metterai in viaggio per Itaca / devi augurarti che la strada sia lunga, / fertile in avventure e in esperienze. / I Lestrigoni e i Ciclopi / o la furia di Nettuno non temere, / non sarà questo il genere di incontri / se il pensiero resta alto e un sentimento / fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.”

(Costantino Kavafis, da “Itaca”)

 

Domizio era stato destinato a Napoli per imbarcare sulle navi mercantili requisite per il trasporto truppe. Imbarcò prima sulla Motonave Imperia e poi sul transatlantico Conte Rosso come Capo Segnalatore. Sulla grande nave proveniente dalla Sardegna salì alla vigilia della partenza alla volta dell’Africa. Non era alla prima missione di quel genere e si sentiva sufficientemente tranquillo, dopo aver salutato sul far dell’alba la moglie e la piccola neonata.

Il Conte Rosso mosse dal porto di Napoli diretto a Tripoli alle prime luci dell’alba del 24 maggio 1941, con un carico di 2.727 uomini tra equipaggio e militari. Il grande piroscafo alzava la bandiera di Capo di un Convoglio composto dallo stesso Conte Rosso, dal piroscafo Esperia, dalla motonave Victoria e dal mercantile misto Marco Polo. La scorta navale era composta da unità della III Divisione Navale cui si aggiunsero a Messina due incrociatori, tre cacciatorpediniere e tre torpediniere. La grande nave lo aveva colpito per i lussuosi arredi, i quadri e le sculture che addobbavano i saloni, per il luccichio degli ottoni.

Gran parte della truppa era alloggiata nelle stive del transatlantico, parte nei vari ponti e in coperta. Domizio montava la guardia in plancia con alcuni ufficiali ed il Comandante della nave. Era una notte di primavera, mite con il mare sufficientemente calmo e il convoglio procedeva vigile ma spedito, per attraversare il Canale di Sicilia. Era circa l’ora del pasto serale che ciascuno aveva consumato in silenzio.

Alle ore 20,41 in prossimità di Capo Murro di Porco di fronte a Siracusa il cuore della nave fu colpito da un primo siluro che distrusse la zona macchine rallentandone la velocità. Subito dopo un secondo siluro colpì la stiva provocando una grande esplosione e la nave si inclinò su un fianco in un inferno di paura, di morte e di fuga.

Seguirono attimi concitati e si capì immediatamente che la nave aveva subito danni irreparabili e che sarebbe rapidamente affondata senza lasciare il tempo di organizzare l’abbandono nave. Immediatamente si sentì la voce del Capitano che ordinava il “si salvi chi può”. Nella gran confusione e nel panico che seguì alcuni riuscirono a calarsi con i mezzi di salvataggio e molti altri, seppur feriti, si tuffarono in mare.

Il siluramento avvenne ad opera del sommergibile britannico Upholder. Dopo soli 8 minuti dal secondo siluro il Conte Rosso si inabissò. Nell’immane tragedia si salvarono solo 1.430 persone, 1.297 morirono e solo 290 salme furono recuperate. Il resto del convoglio proseguì per la sua destinazione ed i mezzi di soccorso furono organizzati dal Comando Marina di Augusta ove alle 05,00 del mattino del giorno successivo Domizio giunse con alcuni naufraghi accolti con molta cura, cordoglio ed attenzione dalla popolazione. L’eco dell’immane tragedia si diffuse in tutto il Paese. Norma apprese la notizia in un negozio di Napoli in cui faceva la spesa con la piccolina in braccio, pensando al ritorno del marito; incredula e piangente, levò il suo cuore a tutti i Santi, affinchè Domizio potesse tornare a casa sano e salvo. Ma per molti giorni nessuno fu in grado di darle notizie precise e a Pabillonis, la Palude degli uccelli, si organizzò la veglia funebre per il giovane compaesano disperso nel terribile atto di guerra.

Domizio visse lo sconforto e la disperazione del Capitano e degli ufficiali e al momento del “si salvi chi può” rimase come impietrito in plancia dubbioso nel dover mettere in atto quella che gli sembrava la fuga dalla realtà. Sospinto sul ponte da un ufficiale, si ritrovò nella concitazione di coloro che non sapevano come calarsi in acqua perché feriti o sotto scock.

Un soldato era rimasto impigliato al cavo di una scialuppa di salvataggio che per l’inclinazione della nave si era incastrata sul fianco e tratteneva il giovane per un braccio. Il soldato implorava che qualcuno gli tagliasse quel braccio per potersi liberare e cadere in mare.

Domizio, dimentico del tempo che passava, riuscì a liberarlo maneggiando la scialuppa. Si ferì in profondità il palmo della mano destra quasi staccandosi il dito pollice e finalmente potè, con il balbettante e riconoscente nuovo compagno, tuffarsi in mare e poi allontanarsi velocemente dal punto in cui sempre più visibilmente la nave stava affondando. A questo punto perse di vista l’uomo che aveva liberato e a cui aveva salvato il braccio , né seppe mai con certezza quale sorte avesse riservato il destino al giovane senza nome.

Domizio, tratto in salvo, ricevette le prime cure ad Augusta. Poi ritornò a Napoli a riabbracciare la famiglia, a continuare le sue missioni di guerra e il servizio in tempo di pace per oltre quarant’anni.

 

 

IV

 

“Uccelli rosa hanno tinto il letto scuro della palude / dove argentei vegetali e fiori acquatici / disegnano sinuose trame tra i canneti di Pabillonis. / Occhi di antiche conchiglie guardano, immemori e incorrotte, / da una vita già trascorsa. / Nel morbido limo qualcuno ha lasciato impronte di terra rossa, / sanguigne ferite lambite appena dall’acqua …”

 

 

“La Palude degli uccelli” esercitò sempre un grande fascino su di lui e sulla famiglia che nel bel mezzo di una guerra era riuscito a costruire e a preservare. Non mancava estate che non vi ritornasse con moglie e figli a godere del fresco silenzio della bianca casa, delle vigne assolate e delle passeggiate presso il fiume. Qui i ragazzi continuavano a giocare con la creta e a fabbricare vasi, uccellini e fischietti, mentre gli adulti iniziavano a trarne profitto aprendo fornaci e botteghe. La vita continuava in dignitosa semplicità ed armonia. Quelli erano i luoghi dove tutto aveva avuto origine e le radici non si perdono mai.

Questa è la storia vera, anche interiore, di un uomo che per il resto di una lunga vita ricca di soddisfazioni familiari e militari, continuò a servire la Patria educando ai valori e all’altruismo i figli che crebbero nella democrazia, nella libertà e nella pace, memori delle proprie origini e orgogliosi del padre. Spesso Domizio raccontava ai figli e ai nipoti la storia della sua vita e la tragedia della guerra, ma l’affondamento del Conte Rosso ebbe sempre un rilievo speciale nel suo cuore: il vissuto aveva riempito la memoria e colmato l’animo di sentimenti indelebili.

Domizio meritò vari riconoscimenti, tra cui due Croci al merito di guerra, Nastrini di quattro campagne di guerra, Croce d’argento per anzianità di servizio, Cavaliere O.M.R.I, Croce d’oro per quarant’anni di servizio, Medaglia d’onore di lunga navigazione di terzo grado, Medaglia Mauriziana.

Promosso Capitano di Corvetta, anche in pensione fu parte attiva per molti anni delle associazioni d’arma A.N.M.I. e Nastro Verde.

Marisa Cossu

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Recita di Natale

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Marisa Cossu

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Il fatidico giorno è arrivato. Stanchi, stressati ed entusiasti, alunni ed insegnanti si dedicano con frenesia agli ultimi preparativi della recita nella grande aula destinata a teatro dell’ esibizione. Gli alunni trasportano con gran rumore le sedie da diverse aule, aiutati da bidelli scontenti e brontoloni; i più vivaci approfittano della situazione per dar sfogo alla contenuta iperattività di quelle ore cruciali, altri esplorano la scena o si nascondono dietro il grande tendone azzurro trapunto di stelle dorate. Luigi non si muove: sempre accanto a me, stringe tra le mani un lembo di tenda azzurra a coprire la metà del viso; se mi allontano, mi trattiene per la giacca. Luigi è il bambino “che non sa leggere, che non comunica come gli altri”. Schivo e taciturno, tuttavia non rifiuta di stare con me in questa emozionante avventura.

Disposte le sedie in file ordinate, ora iniziano ad arrivare i genitori e i…

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In cerca di parole

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Marc Chagall, La mucca con l’ombrello, 1946

 In casa tra il computer e la finestra, nell’ inutile calda mattina d’estate, cammino scalza in cerca di parole nel libro già letto della mia vita.

Nelle fantasie della memoria, ancora mi appare l’antica musa invitante, adesso che ho deciso di scrivere in poesia l’intimo diario di questa parte di tempo e il sole  mi sta addosso a  riscaldare i ricordi, a illuminare le cose non viste.

Proietto il film della coscienza sulla tela bianca di una tenda appena mossa dal vento; escono da un  rifugio segreto e brillano fuori da me, immagini leggere come piume, quasi inafferrabili comparse senza luogo né tempo; ma ho bisogno delle carezze delle parole e non posso dirlo a nessuno: non capirebbero come esse siano tanto magiche e desiderate, quanto siano musicali e quanto colorino l’universo, quanto consolino le ore in cui da sola mi muovo come un’anima in pena a raccogliere fiori, sensazioni appena sbocciate in un angolo sconosciuto a me stessa.

Mi dicono che non è bene costruire torri di sabbia: all’alba svaniranno per un soffio di vento in un vasto deserto di solitudine; ma ho bisogno delle parole come dell’amore, sia pure in granelli di sabbia, sia pure nel deserto delle emozioni.

Il  compagno della mia vita pensa che io mi stanchi della quotidiana presenza delle parole in fuga che rincorro tenacemente, che mi assenti per troppo tempo in pensieri di nostalgia, in ricordi che fanno male; ma nulla è più malinconico e  banale della realtà vissuta senza poesia, di un corpo senza carezze, di occhi che non possono guardare lontano.

© Marisa Cossu

La coscienza

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” Tutto si fonda su alcune idee che si fanno temere

e che non si possono guardare in faccia”.

( Paul Valèy )

Notte. Mi trovo in una stanza buia rischiarata in un angolo da una flebile fiammella riflessa in uno specchio vuoto.

Sono ferma, immobile, insicura sul da farsi; la mia esperienza emotiva si svolge tra realtà e irrealtà, agitazione, quiete; ne ho coscienza in modo alterato e sfuggente, ma sono certa di possedere due idee fondamentali da tener presenti: la consapevolezza del Sé e la conoscenza, nel rapporto tra le funzioni cerebrali, la psiche e il mondo esterno.

La mia è coscienza di “qualcosa”; ma forse potrei essere cosciente e consapevole anche senza gli oggetti della mia attenzione; continuerei ad esistere come presenza anche nel buio assoluto della stanza se la candela si spegnesse?

E l’ ombra? L’ombra disegnata alle mie spalle, sul muro e sul pavimento, mi appartiene o è altro da me, indipendente, indifferente al mio essere qui ed ora? E il volto appena visibile nello specchio polveroso è il mio o qualcuno mi guarda per indicarmi la candela, per invitarmi a vedere l’essenziale?

Se la candela finisse di ardere, avrei coscienza della metafora che rappresenta: la morte nella vita, la presenza che continua oltre l’esperienza sensibile. Non oso ancora pensare a questo mistero, non sono pacificata a questa continuità: la restituzione di coscienza e attenzione a ciò che è davvero essenziale. Fissare la candela è un gesto di distensione, riappropriazione e liberazione, che mi suggerisce di non essere condannata al buio quando la tenue fiamma avrà consumato tutto l’ ossigeno.

Fisso il vuoto, il muro, mi guardo dentro, perché ora non c’è altro di più importante da vedere e sentire, se non il silenzio che s’inoltra nell’anima, se non il nuovo inizio, la luce che spegnendosi ha acceso un barlume di coscienza. Così mi estraneo dalle paure, placo il tumulto delle emozioni, mi libero dal senso della mia condanna alla morte, per rifugiarmi in uno spazio interiore vasto e significativo. Mi spoglio dagli automatismi di giudizio e di azione, allento il timore per il futuro e l’ignoto. Prendo coscienza della morte come parte e ritorno della vita, anzi un’unica cosa con essa; forse riesco finalmente a vedere in me un po’ di sincerità.

© Marisa Cossu

Il poeta e la poesia

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Frank Dicksee, Romeo e Giulietta,1884

Frank Dicksee, Romeo and Juliet, 1884

” Oh Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo !?

 Rinnega tuo padre e rifiuta il tuo nome,

oppure, se non vuoi, giura che sei mio e smetterò io

d’essere una Capuleti “

( W. Shakespeare, Romeo e Giulietta)

Penso che, come Giulietta, la poesia esiga dal poeta il rinnegamento di sé per un amore esclusivo e totalizzante, l’unico capace di generare emozioni fondamentali e di ricondurre l’artista alla perduta essenzialità, alla sacralità poetica.

Anche al tempo di internet la poesia continua ad esprimere i valori della “città” perduta e con la sua forza evocativa si addentra nella sfera dei sentimenti e delle emozioni, conservando il necessario distacco.

Con un linguaggio sempre nuovo, quello  del suo tempo, il poeta parla ancora e sempre della bellezza, del dolore, della morte, dell’amore, testimone della realtà e della società in cui esprime e comunica la propria estraneità, l’assenza, il malessere di chi si pone domande  cui la parola non può dare risposta, mentre la crisi perdura e si aggroviglia in trame di frustrazione.

Il poeta deve guardare in se stesso per un necessario esame di coscienza, un ripensamento, teso a  restituire alla poesia il suo ruolo sociale e a  favorirne il ritorno da un volontario esilio; perché, se è vero che oggi circoli sui media un numero esponenziale di composizioni poetiche, è anche vero che, spesso, la qualità soffra l’abitudine alla velocità e alla superficialità proprie di un certo tipo di comunicazione.

E’ anche vero che il poeta non sia mai padrone della sua poesia che, una volta pubblicata, appartiene alla comunità dei lettori, come un canto davanti ad una finestra aperta raccolto dai passanti per le strade del mondo. Da questa espropriazione il poeta percepisce la vacuità della sua presenza e il dovere di guardarsi intorno alla scoperta delle piccole cose, delle semplici emozioni, dei segmenti di tempo che si ripetono nel libro della Natura e della vita.

Egli si libera allora dai pregiudizi e riscopre qualche bagliore di verità in ciò che lo circonda e nel rapporto con gli altri, vede che tutto ciò che cercava è nella sua visione interiore; scopre ciò che è davvero essenziale e guarda in viso la sua umanità in solitudine.

© Marisa Cossu

“Rifare l’uomo, questo il problema capitale. Per quelli che credono alla poesia come a un gioco letterario, che considerano ancora il poeta un estraneo alla vita, uno che sale di notte le scalette della sua torre per speculare il cosmo, diciamo che il tempo delle ” speculazioni” è finito. Rifare l’uomo, questo è l’impegno”.

(Salvatore Quasimodo)

Virus

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Coda virale e tanto tempo per pensare, tra brividi, incubi, aritmie, assonnate lucidità e sprazzi di vita disegnati sulle pareti dalla febbrile agitazione; nessuna vocazione poetica, nessun pensiero lirico ma un più prosaico abbandono all’apatia.

La verità è che non ho mai sentito la crisi della mia forza e delle mie certezze come in questi giorni: l’incubo della pagina vuota, l’impedimento e l’impotenza a creare, le parole arruffate negli altoforni della mente.

Ho provato la paura e lo smarrimento di non potermi più esprimere, di non poter tornare a casa; vedevo il mio blog impazzito, i post pieni di errori da matita rossa e blu, gli amici distratti e impazienti, i  cosiddetti “poeti laureati” all’attacco della mia fragilità, i verseggiatori all’arma bianca nella virologia del social, i guru incontrastati della penna digitale pronti a rendere le mie Sillogi carta straccia; e poi, concorsi, premi letterari, Antologie, Collane, menestrelli, cantori ed acrobati, editori, come in un film di felliniana memoria.

Si potrebbe pensare ad una febbricitante follia e forse lo è stata; ma ancora si insinua con le sue insopprimibili verità, in questo nuovo ritorno, la percezione di inutilità della parola, del mio inadeguato potere semantico unito allo scarso talento a farmi carico, comunque e dovunque, di un invisibile abisso aperto di fronte alla vacuità della mia presenza nella scrittura e nella vita.

E adesso sono qui

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Ritorno alle mie stanze intime e segrete, alla mia scrivania, al misterioso rapporto tra la mia totalità personale e la mia scrittura da cui talvolta nasce un barlume di poesia come effettiva consolazione; mi sono per poco tempo allontanata per seguire da vicino l’ evoluzione materiale e consumistica dei ” prodotti” della mente che ,una volta sfuggiti dall’ intimità del processo ideativo e trasformati in realtà testuali, diventano qualcosa da mostrare, mettere in vetrina, insieme alla zona più schiva e renitente dei sentimenti.

E sono qui; del resto le ” anime blogghe”, quelle che non resistono lontane dalla tastiera, quelle che sentono il bisogno del silenzio del web, quelle che lanciano parole e messaggi in una trama di stelle e non sanno se qualcuno mai li accoglierà, rientrano volentieri nel rifugio in cui si svolge la loro vita virtuale e si comunica in fluide , notturne autostrade invisibili nella realtà; altrove c’ è smarrimento, incertezza, confusione, fissità dell’ immagine;  qui si può vagare senza limiti, liberi.

Aspetto di essere riconosciuta, ritrovata; aspetto un riscontro alla mia esistenza, se qualcuno sa che io esisto anche se non sa dove, né come. In questo spazio-tempo appare meno minacciosa la complessità della realtà affidata ad un’ apparente casualità e sento più vicina l’ essenziale semplicità che accetta il mio pensiero così com’ è senza porsi troppe domande se non quelle legate alla necessità della mia scrittura, al suo succo migliore, indispensabile alla funzionalità della mia vita.

Di cristallo

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La donna di cristallo costringe la trasparente forma nella protetta fragilità della vetrina, esposta agli sguardi, nell’ intoccabile spazio in cui non entra un fiore vivo o il pulviscolo attraversato da un nastro pallido di sole.

Trattiene la perfetta trasparenza del corpo, cesellato da valenti artigiani, nell’ effimera azzurrità di una luce riflessa, il sinuoso corpo senza vita, senz’ acqua per la sua sete d’ immensità.

E già il tempo le assegna l’inamovibile e rappresentativo ruolo icastico, consegnato per sempre ad una superficiale visione, ad una esteriore bellezza priva di respiro; cosa fra cose pietrificate nella storia, passate in memorie non più fruibili.

Ma se qualcuno, per caso, aprisse la vetrina e dalla teca cadesse quella forma inerte;

se mille nuclei di stella, mille infinitesimali cristalli, risplendessero altrove, fuggiti all’ immobile significato di vetro, in rigagnoli di ruscelli che portano altre lucide pagliuzze fino al mare;

se disfacendo se stessa, la sua forma divenisse pensiero, nome , essenza…se…

…Se qualcuno potesse liberare un’ idea, un sogno,  un desiderio di cambiamento, risvegliare la voglia di vivere.

BUON ANNO !

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2015_2[1]Aspettiamo l’ arrivo del nuovo anno con una sorta di pagana euforia e pensiamo che il magico rito propiziatorio, annunciato dalla comparsa della neve anche presso il mare, dei fuochi d’ artificio, degli odiosi botti e degli eccessi di una notte, possano tagliare in due il tempo esorcizzando il male annidato saldamente nella natura e nell’ uomo.

Propiziamo il favore delle divinità in cui oggi crediamo cercando di interrompere la piatta e faticosa esperienza quotidiana; allentiamo il controllo, ci lasciamo andare un po’, mentre pochi si accorgono del proprio stato di ingiustificata euforia di fronte al trascorrere inesorabile del tempo che noi possiamo solo immaginare attribuendogli caratteristiche di durata.

Non vi è un limite tra ciò che secondo noi termina e ciò che inizia se non nel desiderio e nell’ auspicio di poter modificare mediante l’ idea dell’ “accaduto” i prossimi eventi, assumendo un atteggiamento ottimistico verso la realtà che ci attende e che vive soprattutto al nostro interno; ma se quelle luci, quell’ allegria, quell’ incontrollato accendersi, possono alleviare anche solo per un attimo le sofferenze dell’ anima oppressa dai mille problemi quotidiani; se possono accendere una sia pur momentanea speranza nell’ intravedere e progettare i giorni che verranno; se possono motivare l’ accettazione della nostra realtà personale e segregare altrove l’ idea della morte; se quei segni di festa diventano visione di cambiamento, accettazione, apertura, allora penso che si debba lasciare che tutto avvenga come deve.

Che si dia sfogo agli istinti, che si riaprano le danze intorno ad un piatto di lenticchie, che la taranta si agiti intorno ad un grande fuoco.

Domani è un altro giorno: qualche scoppio di troppo, un po’di gelo in più, un po’ di stanchezza, molte strade da ripulire, noi tutti un giorno più vecchi.