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DOPO AUSCHWITZ

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Imm. dal web

DOPO AUSCHWITZ

Dopo Auschwitz, ammesso che sia possibile ritenere conclusa la caduta dell’uomo; dopo la perdita dell’umanesimo, dopo gli orrori dei genocidi, dopo le più atroci conseguenze del razzismo e dell’odio per il diverso, e mentre ancora il Male si affanna ad annientare ovunque i residui barlumi di umanità, seppure debolmente presenti nel mondo contemporaneo, molti si chiedono se la poesia non sia morta con la pietà, se essa abbia ancora la forza di riassumere senso e valore.

Vi sono baratri che non trovano corrispondenza nella parola e macerano le coscienze nella memoria; non è sufficiente ricordare perché ancora e sempre nasceranno dai vinti e dagli sconfitti grida di dolore che molti tenteranno di soffocare.

Può l’uomo toccare il fondo della sua bestialità e riemergere dalla totale disumanizzazione, dalle rovine e dalle ceneri dell’anima anche ravvivando la fiamma della poesia?

Mi piace citare Theodor W. Adorno:

“Il dolore incessante ha tanto diritto di esprimersi quanto il martirizzato di urlare. Perciò forse è falso aver detto che dopo Auschwitz non si può più scrivere una poesia … L’Arte che non è più affatto possibile se non riflessa, cioè presa se non come problema, deve da sé rinunciare alla serenità. E la costringono innanzitutto gli avvenimenti più recenti, il dire che dopo Auschwitz non si possono più scrivere poesie non ha validità assoluta, è però certo che dopo Auschwitz, poiché esso è stato e resta possibile per un tempo imprevedibile, non ci si può più immaginare un’arte serena”.

Marisa Cossu

Guardare il cielo

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Scenografia per il Flauto Magico. Karl F.Scinkel, ” Cielo stellato della Regina della Notte”, 1815

 

Guardare il cielo

 

In giornate come queste, luminose e tiepide, di un autunno riottoso ad inoltrarsi nell’inverno, il cielo mi appare in tutta la sua azzurra vastità, mi invita ad espandermi in essa .

Sono nel posto giusto se penso di trovarmi nel punto in cui lo spazio e il tempo coincidono ed io sento di appartenere alla loro fusione nel percorso illimitato in cui la sostanza si compie nella meta.

Così torno al centro di me stessa e penso che l’unico modo di vivere e di morire sia guardando il cielo, dove ora un disco si accende e arrossa il mare oltre una coltre di pini.

Forse è l’ultimo tramonto della mia contemporaneità, l’unico modo di essere tra il giorno e la prima stella della sera nel movimento delle pietre che noi chiamiamo satelliti, pianeti, stelle, umanità.

Mi apro al senso definitivo dell’ordine come segno di un incantesimo che si ripete solo disperdendosi , tempo io stessa, qui ed ora.

Marisa Cossu

Contraddizione

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Siamo allo stesso tempo isola e vela, viaggio e approdo, vivente contraddizione in continuo movimento verso qualcosa che non conosciamo, ma che ci attrae con forza e ci richiama in noi stessi. Per me, solo l’immagine che tra gli altri trascorre per un attimo troppo breve, solo un pretesto perch’io legga il mondo sensibile e mi veda nella mia essenza. Isola e approdo, l’io e il mio fine. Io e la voglia di sapere chi sono, non chi dicono ch’io sia. E infine chiudere il cerchio che mi condanna ad essere l’opposto del sogno  o vita come sogno. Voglio sapere…

Marisa Cossu

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Alcune riflessioni intorno alla Poesia

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Leggo sempre con vivo interesse i post in cui i poeti e i critici letterari, scrivono di poetica  e di Poesia. Trovo che, nonostante troppe parole siano state spese sulle grammatiche e le metriche di questo fatto cognitivo e spirituale, non sapremo mai definire e descrivere la Poesia, né entrare nel luogo in cui si celebrano i suoi misteriosi fasti.

Penso che la Poesia sia come l’ESSERE teorizzato da Heidegger. si cela nel suo nascondiglio e ci fa sentire la sua mancanza, ci fa soffrire l'”assenza” mediante immagini di sé soggette alla percezione sensibile. Esse sono gli alfieri di qualcosa che non afferriamo del tutto, ma che ci lasciano intuire l’oltre e l’infinito, i sintomi,  le costanti, le ragioni, quasi una prima manifestazione di un’assoluta bellezza.

In queste manifestazioni dell’essere Poesia, il poeta percepisce la dannazione di dover sempre ricercare all’interno di sé, ciò che nell’Arte è spirituale e infinito e che fuori di sé è immagine.

La creazione è un perpetuo divenire: l’essere, la Poesia, in questa mia semplice riflessione, lascia che l’accaduto si sussegua nel tempo senza sussistere e che l’esistente sia quasi inconsapevole della sua matrice.

Il suo scopo è quello di motivare necessariamente il poeta a ricercare i sintomi dell’estetico, mentre dal suo nascondimento la poesia disegna il divenire possibile. Nessun artista, nell’accingersi all’opera, sa compiutamente ciò che riuscirà a rappresentare e a significare con il proprio originale impegno.

Nessuno sa come si fa la Poesia. Nessuno sa che cosa sia.

Marisa Cossu

INDIFFERENZA

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Io ed EGO

L’indifferenza è il veleno del nostro tempo egotico, l’inquinamento globale della coscienza, l’inferno soggettivo e sociale in cui l’individuo elide l’altro da sé ripiegando su se stesso e sui propri esclusivi bisogni.

A rendere possibile questo innaturale comportamento umano, a portare l’uomo fuori dalla sua naturale predisposizione alla socialità, molti fattori storici, politici, economici e tecnologici , sono intervenuti in modo quasi incontrovertibile, modificando la percezione stessa delle relazioni interpersonali e la consapevolezza di essere,sebbene diversi, parti dello stesso universo, dita della stessa mano.

L’indifferenza è assenza di emozioni e sentimenti, chiusura nel malessere personale e sociale che divora ogni slancio vitale e cancella le forme più aperte di comunicazione.

È distacco intellettuale e affettivo dall’umanità propria e dall’umanità  contemporanea, ma anche indisponibilità a guardare in volto il dolore, il male riflesso nello specchio dei propri occhi.

Una fuga nel vuoto della consapevolezza…deprivazione.

Ed ecco che l’uccello nero dell’ansia entra nella nostra testa, si nutre del nostro tempo, ci toglie il canto e il respiro, senza che nessuno spieghi come uscirne, che cosa fare, come si amo potuti giungere fin qui.

Marisa Cossu

MEDITAZIONE

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Marisa Cossu

13-de-la-tour-maddalena-wrightsman[1]Georges de La Tour, Maddalena penitente, 1639-1646

“Medito divinamente.
E sorrido degli esseri
che non ho creato io”.
(Guillaume Apollinaire)

Meditare significa entrare in se stessi, fermarsi, calmare le passioni che agitano il corpo e la mente e accorgersi che nella visione interiore del mondo noi esistiamo come pensiero infinito nell’accettazione del presente, nel dominio delle emozioni e nell’immaginare il futuro.
Cogliere, quindi, l’attimo presente che si accende di luce nell’oscurità del dover essere…Ci  accorgiamo allora di essere presenti, di essere “esistente”, di abitare “qui ed ora” da sempre. Tutto ciò che  mancava era già qui e non lo sapevamo.

Marisa Cossu

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Poeti

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G. De Chirico, Monumento al poeta, 1969

Come l’amore, la poesia è la più alta e nobile creazione dell’uomo e la libertà è uno dei prerequisiti fondamentali di questa imperscrutabile esperienza; tuttavia i poeti non si sentono mai completamente liberi, né appagati o tanto meno felici, mentre, nell’apparente addormentamento delle passioni, cercano in solitudine di poter guardare oltre i limiti fisici per cogliere i tratti e i segnali dell’infinito. Essi intuiscono, sentono, di essere atomi dell’universo e chiedono al mondo invisibile di svelare il mistero custodito nella coscienza universale. A volte il loro canto non riesce a levarsi più in alto del foglio su cui scrivono le parole o le stesse vengono usate naturalmente, quasi i poeti fossero padroni e gestori di un linguaggio fortemente comunicativo ed empatico. Spesso i poeti incontrano la banalità, l’ovvietà, la retorica, i limiti in cui sono costretti dalla loro inadeguatezza o dalle rigide regole di una malintesa  tradizione letteraria e si attorcigliano in un grande senso di frustrazione.  Ma è qui che può nascere il messaggio: ai poeti si addice l’assenza, la privazione, l’incompiutezza e soltanto nella spirale che dall’esterno sensibile conduce alla visione interiore, trovano qualcosa che completi e dia senso al concreto che dissimula, sovverte la realtà con i suoi dati soggettivi. Fuori c’è l’identico, lo statico, l’accaduto, l’irrecuperabile se non attraverso lampi di memoria, cicatrici di sentimenti ed emozioni; dentro c’è il delirio del movimento, l’azione che vuole irrompere, le cose non circoscritte, una complessa organizzazione che, alla pari della complessità universale, va alla ricerca dell’essenza, del semplice. In questa esperienza di continua ricerca dentro e fuori di sé, il poeta vive una liquida e visionaria intuizione che lo aiuta a riconoscere i “sintomi dell’estetico”, a percepire le costanti, le ragioni della bellezza e restituisce dignità e speranza alla sua scrittura. Questa è la zona in cui egli prova il furore della passione e il senso del distacco necessario alla comunicazione poetica; soltanto qui l’amore e la morte dichiarano di essere facce della stessa esperienza e il limitato mondo di ciascuno si confronta con la vivente contraddizione su cui tutto si regge.

©Marisa Cossu

 

Il “bambino”, questo sconosciuto

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Ai tanti bambini , miei maestri”

 L’idea di “bambino”, inflazionata e abusata, consumata e banalizzata, specialmente in alcuni periodi dell’anno, merita una riflessione non soltanto di tipo sociologico e psicologico ma soprattutto  di tipo pedagogico/filosofico. Il bambino oggetto delle strumentalizzazioni dei social, dei media e della società adulta in genere, a scopi politici ed economici, è sostanzialmente “persona”, un valore sussistente, la possibilità del divenire. Siamo  di fronte al bambino della conoscenza, dell’immaginazione, dell’intuizione e della creatività, immerso in una società fortemente erotizzata, permissiva, indifferente e consumistica in cui spesso è solo , incompreso, non ascoltato. È il bambino tecnologico della comunicazione digitale: dalla famigerata T V, balia elettronica per eccellenza, è passato a forme di cura più sofisticate che, se non accompagnate da adulti,( genitori , insegnanti), lo introducono ad una molteplicità di informazioni e a precoci emozioni che appannano la curiosità e il piacere della scoperta. Il bambino rappresenta la metafora dell’uomo, il principio del presente, il nucleo dell’infinito; è la forza del possibile che si manifesta come azione finalizzata alla costruzione della persona; il bambino è quindi significato da ascoltare, di cui tener conto quando si insegna, si risponde; lo si deve ascoltare per promuovere lo sviluppo delle sue facoltà umane e, allo stesso tempo, imparare a riscoprire il possibile che è in noi. Essere in ascolto del bambino è la risorsa per rompere con la consuetudine cementificata del nostro agire tra gli altri, con un modo di pensare conformista costruito sulle ceneri del bambino che siamo stati; significa potersi ancora chiedere il perché della vita e delle cose, far irrompere emozioni che pensavamo perdute per sempre per il solo fatto di essere diventati adulti. Il bambino “è un sapiente che non sa di sapere”: pone domande che provengono da una zona profonda e costruttiva del suo nucleo di potenzialità  che lo spingeranno con una forte e inarrestabile energia nel futuro. L’uomo ha bisogno di far riemergere dalle consolidate certezze questo spirito vitale di fantasia e di piacere della scoperta per sentire che la complessità può divenire essenziale semplicità.

©Marisa Cossu

La comunicazione dell’orrore

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La comunicazione globale dell’orrore arriva sui media prima della ragione, prima dell’odore della morte, prima dello stupore e del terrore.

Raggiunge il cellulare e i tablet di bambini e ragazzi come un video-game, entra nelle case, nelle piazze, nei bar, negli ospedali; ovunque l’orrore è un linguaggio che comunica paura, ansia, frustrazione e rabbia.

L’orrore non aspetta risposte, non chiede, non sceglie un interlocutore: è un messaggio di massa, come la morte e  la violenza che infligge; annichilisce l’individuo, la sua sicurezza; annebbia il pensiero; scatena emozioni forti di estraneità, di dubbio e di odio non solo verso chi comunica ma anche verso la società che riceve quel messaggio senza poter offrire soluzioni immediate.

Sembra che quel messaggio sia venuto dal nulla…ha padri troppo lontani e complici troppo vicini; e poi candele, fiori, inni, lacrime per l’elaborazione del lutto che difficilmente potrà essere superato senza un lavacro di verità e di passione.

Anche la comunicazione globale del lutto serve alla condivisione virtuale nei rituali con i quali l’individuo e i gruppi esorcizzano il male e credono così di averlo eliminato per sempre.

©Marisa Cossu

 

 

L’ interlocutore evanescente

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Il poeta che tenta di far luce nella mia visione dall’interno, non è mai solo, neanche quando attinge consapevolmente alle risorse di pensiero, visione, memoria, proprie della solitudine; anzi è in questa condizione di volontario esilio e di estraneità che irrompe l’altro da me, il “Tu”, l’animo di un interlocutore evanescente immerso nella scrittura poetica che mi costringe ad uscire dalla soggettività espressiva e  a riconoscermi in qualcuno fuori dal mio mondo percettivo.

Con l’immaginario interlocutore, avverto più intensamente le differenze, spezzo l’abitudine all’identico, il mio egocentrismo, e mi sorprendo a scoprire significati “altri” della parola, quasi un senso di universalità di metafore, affermazioni paradossali, un’idea di ritorno ad una originarietà tradita nel corso del tempo.

In questo distaccato amore per il “Tu” e nel paradosso che rappresenta nella mia scrittura, nasce il visionario essere “cosa”, l’incontro non retorico con l’altro, con il “sé” abbandonato nel divenire adulto.

Così posso ritornare bambino, il bambino sapiente che “non sa di sapere” e che prova ancora il sale della sapienza, il gusto della scoperta, la manipolazione degli oggetti per scoprire il mondo circostante; il bambino della conoscenza, dell’immaginazione e della fantasia, il bambino che osserva e trasforma gli oggetti in immagini profondamente poetiche.

Mi torna la voglia di chiedere, porre domande, creare metafore, affermare paradossi , libera di pensare fuori dagli schemi cementificati che, senza il mio compagno, difficilmente potrei sgretolare.

La funzione del “TU” ha indubbiamente un forte valore semantico, ma è anche la reale proposta di guardare dall’interno con gli occhi di questa anima, una musa non mitologica, tutta interiore che accompagna la mia scrittura  nel discorso sul “sentire”, sul tempo, la vita, la morte.

© Marisa Cossu