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Non mi piacciono le faccine ( un saggio breve pubblicato sulla rivista “Euterpe” ) di Marisa Cossu

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“ Il cambiamento è l’unica cosa permanente,

l’incertezza è l’unica certezza”.

( Z. Bauman)

 

Considerazioni intorno alla cultura dell’era digitale

 

Non mi piacciono le “faccine”.

Meglio, non mi piace che se ne faccia un uso prevalente e indiscriminato nell’ambito della comunicazione ed espressione delle emozioni; forse è la mia anima psicopedagogica a mordermi dentro, quando osservo l’attuale stato delle cose nell’ambito dell’apprendimento e nell’esperienza digitale.

L’immagine banalizzata delle emozioni, cioè il pacchetto di espressioni grafiche semplificate, fruibile come categoria merceologica, sostituisce la ricerca dei segnali emotivi maturati all’interno della mente umana e limita la capacità di trovare gesti, linguaggi corporei, mimica, parole, appropriati e creativi con il necessario sforzo ideativo e congruenti al proprio modo di essere.

Le emozioni, il senso della bellezza, i sentimenti, originano dal rapporto cuore-cervello, dal complesso apparato neurobiologico che presiede alle attività cognitive: quando li troviamo già pronti all’uso, non si attivano le zone del cervello preposte, non vengono appresi come fatto cognitivo e relazionale; si riduce il processo emotivo, non si passa  per l’esperienza creativa, per il linguaggio, i linguaggi di contatto con il calore di chi ci emoziona (ad es. il volto della madre che parla e sorride al suo bambino, una carezza, uno sguardo corrucciato, una situazione di pericolo dettata da gesti concreti). La realtà delle emozioni è  indispensabile ad uno sviluppo equilibrato delle facoltà umane. Così come il processo di apprendimento della letto-scrittura è un percorso interdisciplinare tra varie capacità e competenze individuali, psichiche e sociali, anche l’educazione a coltivare i propri sentimenti ed inclinazioni positive, controllando sempre meglio quelle negative, deve essere attuata nell’utilizzazione delle “due culture” che si sono sviluppate nell’era tecnologica.

La cultura e la tecnologia influenzano le nostre vite molto di più di quanto mai avessero fatto prima: la “frequentazione culturale classica” (libri, giornali, cinema, teatro, spettacoli musicali, biblioteche, musei, siti archeologici) e quella moderna digitale, costituiscono il capitale umano di un Paese, generano e nutrono il sentimento di appartenenza, di inclusione sociale e di partecipazione cognitiva, politica, civica e interiore delle persone al proprio tempo. Nonostante le grandi opportunità offerte dai media, sappiamo che gran parte della popolazione vive una specie di emarginazione paragonabile all’analfabetismo del dopoguerra: gli anziani spesso non possiedono il pacchetto delle conoscenze di accesso alla comunicazione digitale e decodificano con difficoltà la pluralità di messaggi e codici provenienti dal web. Allo stesso tempo i bambini e i giovani rischiano l’overdose degli stimoli in tale campo, per lo più senza guida. E veniamo ancora alle “emoji”.

L’uomo si avvia a diventare muto in una realtà che banalizza ogni sensazione quasi che le emozioni debbano restare chiuse nella solitudine dell’individuo mentre fuori vagano nell’etere quelle prefabbricate da cogliere nell’attimo fuggente. Secondo il sociologo Zygmunt Bauman, la rivoluzione digitale contribuisce a rendere più fragili i legami affettivi. In “Amore liquido” sostiene che il networking  “promette una navigazione sicura (o quantomeno non letale) tra gli scogli della solitudine, tra un irreparabile distacco e un irrevocabile coinvolgimento”.

La tecnologia ha accelerato in modo sensibile le trasformazioni del vivere quotidiano: spesso il pubblico e il privato della persona non hanno in Internet una linea di confine ben marcata; questo fenomeno implica incertezza e dispersione tra i legami virtuali e una realtà che diventa via via obsoleta. Cresce il gap generazionale.

Alcuni passaggi indicano le peculiarità del mondo digitale, secondo P. La Daga:

-reperimento compulsivo di informazioni;

-passaggio dalla comunicazione orale a quella scritta;

-dalla carta al tablet;

-illusione della privacy;

– essere localizzabili.

Si vive in un mondo quanto mai affollato ma silenzioso, in solitudine, sotto un controllo non percepito ma che agisce costantemente; ci si sente liberi, ma in realtà anche i presupposti della democrazia sono messi in discussione.

La prossimità virtuale rende le connessioni umane più frequenti ma più superficiali, brevi seppure intense e suggestive; sembra, secondo Z. Bauman, che la prossimità virtuale induca alla “separazione tra comunicazione e relazione”. Assorbito dalla ”prossimità virtuale” l’uomo, e quindi anche il bambino che mi sta a cuore, dedica minore tempo all’acquisizione e all’ esercizio di doti che l’approccio reale richiede. Tali doti vengono così dimenticate perché è meno impegnativo frequentarsi su Internet che trovare il tempo per lo scambio reale.

Ma che cosa è reale nella società tecnologica? Come educare le giovani generazioni a fruire delle meraviglie della tecnologia senza cadere nello shopping dei sentimenti?

Oggi gli spazi alla moda e molto disponibili sono Facebook, Twitter, e le foto su Istangram, quello che per le generazioni precedenti era il cinema. Su Fb i giovani di tutte le età si “denudano” perché pensano che la rete sia vasta e irraggiungibile, si disperdono, sono privi di “privacy” come fossero invisibili. Uno studio condotto da Danah Boyd giunge a queste conclusioni: “i giovani devono socializzare usando Fb per mancanza di altri spazi di ritrovo con i coetanei”.

Il mondo dei loro genitori è superato, la solitudine è più forte, la pressione scolastica dell’informatica è sempre più marcata e i metodi d’insegnamento ne fanno un uso smodato, prevalente. La rivoluzione digitale ha subito un certo degrado al passaggio del millennio: il world wide web è stato inondato da tecnologie di pessimo livello per promuovere una libertà radicale delle macchine più che delle persone e se ne sente parlare come di “cultura open”: commenti anonimi sul blog, video vacui e dilettanteschi, tutto il trash minuto per minuto. Questa pratica diffusa di non comunicazione ha depauperato l’interazione tra le persone, ha agito come un grande occhio globale, superumano, riducendo al minimo le aspettative e le possibilità delle nuove generazioni.

Nel contempo sono spariti i vecchi mestieri ed è chiaro quanto la rivoluzione tecnologica abbia contribuito allo sfaldamento della società precedente. Non si possono tuttavia ignorare le grandi realizzazioni virtuali di musei, siti archeologici e mapps, dove il reale e l’immaginario si incontrano per dare vita a nuove possibilità di scambio e apprendimento” quali il MAV, museo archeologico virtuale di Ercolano.

Le categorie generazionali si collocano diversamente in questo nuovo scenario, perché il possesso delle nuove competenze digitali, è parametro essenziale d’inclusione in tutti i settori della vita socio-economica e politica. Nel 2006 il Parlamento e il Consiglio Europeo nelle loro “Raccomandazioni” hanno introdotto il concetto di “digital competence” fra le otto competenze essenziali per una “cittadinanza attiva”. Nell’era digitale si delinea un nuovo tipo di cittadinanza: la cittadinanza in senso formale e la cittadinanza in senso sostanziale, in base alla possibilità di accedere alle informazioni digitali, alla possibilità di apprenderne l’uso e alle capacità di discernimento di tali informazioni automatiche. La scarsa diffusione di Internet nel nostro e in altri paesi europei è dovuta alla carenza dei pre-requisiti descritti prima. Un ruolo primario deve essere assegnato alla scuola nel processo di acquisizione delle competenze digitali; ma la stessa deve saper dirigere tale processo verso il fine della formazione equilibrata della persona umana. Quindi “nulla questio” sullo sviluppo tecnologico, ma un monito a non perdere quanto di positivo anima il cambiamento della società perché esso dia pari opportunità ai cittadini, realizzandosi nell’ambito della democrazia. E le “faccine”? Per favore torniamo a riconoscere e a comunicare quelle che si manifestano dentro di noi in un contesto di apertura verso gli altri. Possibilmente reali.

 

 

 

 

Libri e siti consultati:

-Z. Bauman, Amore liquido, La Feltrinelli

-Sito http://blog.indigenidigitali.com/-

-Ribolzi, Processi formativi e strutture sociali, Ed. La Scuola

MARISA COSSU

ALIBI, la poesia dimenticata

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Un saggio su Elsa Morante ( EUTERPE, rivista letteraria)  a cura di Marisa Cossu

ALIBI, la poesia dimenticata

 “Se, dunque, si è indotta a pubblicare questi versi [ …] l’Autrice lo ha fatto soltanto nella speranza di rendere a chi legge, un poco di riposo, e di divertimento, che lei stessa ne ha tratto …”

(Elsa Morante, Alibi)

 

Alibi è allora “… un divertimento al quale essa ama talvolta abbandonarsi senza troppo impegno, per piacere della musica” (Elsa Morante, Alibi).

Per troppo tempo la poesia di Elsa Morante è stata considerata come qualcosa di estraneo all’appartenenza dell’autrice alla casta degli scrittori professionisti, mentre i “veri poeti”, quelli laureati da una vasta e corposa produzione, non si occuparono più di tanto di Alibi e Narciso, un breve fascicolo nato subito dopo il primo.

Alibi fu pubblicato nel 1958 da Longanesi ed uscì contemporaneamente dalla stessa casa editrice, a L’usignuolo della Chiesa cattolica di Pasolini e a Croce e delizia di Sandro Penna; in un primo momento grande fu il clamore intorno all’evento per l’eccezionale trittico, ma presto la Morante poetessa fu dimenticata.

Alibi fu letto come uno sfogo intimistico ed archiviato tra la produzione minore, appunto una poesia dimenticata.

La riscoperta della poesia di Elsa Morante è dovuta al ripensamento e all’accortezza di Cesare Garboli che nell’introduzione al libro, pubblicato per Einaudi nel 2004, si dichiara responsabile di “aver sottovalutato Alibi, di averlo penalizzato, di averlo gettato nello scaffale dopo un’occhiata distratta …”.

Le ragioni del ripensamento del critico avvennero per l’interesse culturale maturato nel tempo con la riconsiderazione dell’intera produzione letteraria di Elsa Morante. Il Garboli, nell’introduzione ad Alibi, afferma di prediligere la poesia in rima, la metrica tradizionale, e questa scusante investe di maggiore interesse le motivazioni alla valorizzazione di Alibi. Il libro è un canto tormentato e profetico sull’amore. E sono amori destabilizzanti, amori come “infezioni” e malattie dell’anima, quelli descritti dall’Autrice.  Lo stesso titolo, Alibi rappresenta la metafora del vuoto sentimentale e dell’incompiutezza delle passioni, dietro l’infingimento della poesia. Gli stessi brani sono il riflesso, o l’eco, della sua narrativa e nascono dalle emozioni delle storie che restano vive nell’animo della Morante, come parti essenziali della sua personalità e della sua scrittura: un gioco in cui ogni parte conclusiva si lega all’introduzione di una nuova opera.

L’io profondo legato al misterioso fato, conduce l’Autrice a pensare in una dimensione “di vaticinio”in cui si affaccia il vuoto degli amori finiti nel nulla e la nascosta, e spesso irridente speranza, da proiettare nel futuro, delle emozioni e delle esperienze tragiche di delusione e depressione, vissute  in alternativa alla vita vera.

Solo a tratti una grazia velata da ironia, come nella poesia”Minna la siamese” appare nel  consolatorio abbandono:

“Ho una bestiola, una gatta: il suo nome è Minna

e ciò che le metto nella scodella, essa mangia,

e ciò che le metto nella scodella , beve …”

 Qui l’amore appare rivestito della gioia di lasciarsi amare : basta poco a rendere felice Minna! Unghie per una carezza e denti adoperati “solo per gioco”.

Ma l’amore non è così semplice ed assoluto: è reciprocità pensata e voluta, un continuo rimando a metafore di situazioni amorose, a miti e leggende.

Solo chi ama conosce,povero chi non ama” scrive in una composizione dettata dalla storia d’amore con Visconti. L’amore e la conoscenza sono le facce di una stessa medaglia, sia nel senso che un filosofo potrebbe attribuire all’affermazione, sia nel senso psicologico  di un’ incapacità a conoscere la persona amata e, nel contempo, la difficoltà a riconoscere se stessa perché non amata. L’incipit di Alibi succede al precedente libro, Avventura. Fino ad ora, le poesie di Elsa Morante avevano raccontato l’amore come schiavitù, come esaltazione dell’annullarsi nell’accettazione dell’altro.

Con Alibi la riflessione amara prende il sopravvento e la poesia assume una disincantata  evoluzione da cui emergerà Narciso come appendice e conclusione del tentativo di autoreferenzialità ; un gioco di scatole cinesi la scrittura poetica della Morante che trae sempre altra materia per nuove conclusioni. In questo percorso si attua una specie di uscita dal male, dal nulla e dall’impossibilità di amare: il conflitto viene superato dalla contiguità tra immaginazione e verità, in cui si risolve infine l’infingimento necessario a mescolare i due riferimenti vitali. In Amuleto leggiamo  la distanza tra l’idea dell’amore e la realtà di un deludente rapporto. Scritta nel 1945, propone la sua “assenza”, il non essere vista e amata mentre l’amore incompiuto si congiunge alla “sorte”ed entrambi sprofondano nell’interiorità dell’Autrice:

“Quando tu passi, e mi chiami,

assente son io.

Per lunghe ore ti aspetto,

e tu, distratto, sei altrove”

 Due anni dopo, scrive Finzione dedicata ad Anna, il personaggio del romanzo Menzogna e sortilegio cui fa da avantesto:

Di te , finzione mi cingo,

fatua veste.

Ti lavoro con l’aure piume

che vestì prima di esser fuoco

la mia grande stagione defunta

per mutarmi in fenice lucente.

L’ago è rovente, la tela è fumo.

Consunta fra i suoi cerchi d’oro

Giace la vanesia mano

pur se al gioco di m’ama non m’ama

la risposta celeste

mi fingo.

Il testo spiega la poetica visionaria passione dell’Autrice per le pene di amori immaginari e impossibili. Una finzione è la vita, sia pure nelle ceneri dell’incendio dell’animo e del corpo. Un testo ermetico, corrispondente alla chiusura in sé della scrittrice, alla tristezza genuina proiettata verso il futuro come un sortilegio. La Morante ci introduce in un magico incantamento proteso alla precognizione del destino. Sa di non poter essere felice, ma si riveste delle tracce di altri amori, di altre storie, quelle vissute dai realistici personaggi dei suoi romanzi.

Marisa Cossu

Bibliografia

-Elsa Morante, Alibi

-In appendice: Quaderno inedito di Narciso – Ed. Einaudi

-Elsa Morante, Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi – Ed. Einaudi

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“La grande illusione”

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“Apparenza e realtà”- Rivista letteraria “EUTERPE” 22

Grande soddisfazione!

Il mio saggio” LA GRANDE ILLUSIONE” è stato pubblicato sulla rivista letteraria “Euterpe “in seguito alla partecipazione al concorso dal tema  “L’apparenza e la verità”.

RIVISTA-EUTERPE.BLOGSPOT.Com

Marisa Cossu

LA GRANDE ILLUSIONE

 

 

“Noi siamo di tale stoffa, come quelle di cui son fatti i sogni,

 e la nostra breve vita è chiusa in un sogno.”

“ W. Shakespeare”

 

 

Nell’età dell’immagine è bene confrontarsi sul tema della “rappresentazione”, sia in quanto sull’apparire si fondano i valori etici ed estetici della società contemporanea, sia perché la riflessione da diversi punti di vista, può contribuire a far luce sugli aspetti più controversi dell’antinomia intorno cui si svolgono queste sintetiche argomentazioni.

L’immagine è il volto che presentiamo agli altri, perciò la carichiamo di significati appartenenti alla persona che vorremmo essere o a cui ci conformiamo per essere accettati ed amati. L’uomo è un collezionista di maschere e si rifugia in esse nel contesto delle relazioni sociali, tanto che Pirandello ebbe a dire, riferendosi all’opera teatrale Sei personaggi in cerca d’autore, che essi “sono più veri e reali di tutte le persone che erano teatro”.

Nella società liquida, si sviluppano  comportamenti individuali e collettivi rarefatti ed evanescenti, la cui velocità ha superato il valore della lentezza; nella società iperconnessa, la vera comunicazione e l’empatia sono lampi nell’enorme crisi dell’uomo tecnologico, l’uomo protesi. L’atteggiamento autoreferenziale e narcisistico del Contemporaneo scava fossi di diffidenza e incomprensione, accresce l’estraneità e il male del vivere, suscita bulimia di possesso e rende sempre più sperduto l’uomo nella corsa verso l’eterogenesi dei fini.

Nel processo di superamento delle crisi e di riappropriazione del sé, assume enorme valore l’educazione e la formazione al sentire, all’apertura, attraverso l’immaginazione e l’intuizione dell’infinito. Da queste considerazioni può essere avviato un progetto di Poesia come abitudine alla ricerca del bello assente da in tanti settori della vita umana, per accrescere il gusto della scoperta, guardando dall’interno, oltre gli schematismi e le certezze acquisite. Il divenire ha la possibilità di creare, di porre domande e il dover essere è volontà di raggiungere la possibile conoscenza.

La rottura delle maschere, da un punto di vista psicologico, provoca sempre un grave malessere personale: estraneità, spersonalizzazione, alienazione.

Mi soffermerei a guardare da altri punti di vista l’affascinante tema dell’apparenza e della verità, oggi che l’apparire sembra essere il tratto distintivo e necessario dell’uomo, la sua grande illusione.

Perché la grande illusione?

Essa è il sentiero che ci guida nella ricerca di ciò che è, attraverso lo svelamento del mondo e la conoscenza di noi stessi. Forse è l’errore che dobbiamo compiere, il muro su cui dobbiamo inerpicarci, l’infingimento che ci stordisce, da cui ritornare dopo un duro lavoro che a volte copre gran parte della vita.

“Nessuno si attiene a un solo ruolo, ma tutti siamo multiformi”(Seneca)

“Spesso gli uomini vivono di sogni” (Platone)

 

L’uomo è immerso nella materia, ma  il materialismo è  negazione del soggetto perché le due cose combaciano; ma anche l’idealismo sembra errato perché considera  la materia divisa dall’idea che la sottende; la vita continua ad essere sogno, incantesimo, una realtà oscura che il Contemporaneo cerca di ignorare ed esorcizzare dimentico dell’indagine svolta dagli albori del pensiero intorno ai temi della vita e della morte.

Nella realtà il principio del divenire si manifesta come necessità fisica, logica, matematica e morale, ovvero come causalità; la rappresentazione, il fenomeno, come velo di Maya, è l’apparenza illusoria e consiste nel fatto che il soggetto e l’oggetto siano considerati come espressioni delle forme a priori di spazio , tempo e causalità, come afferma Schopenhauer.

La distinzione tra fenomeno e noumeno spiega che il fenomeno è la sola verità accessibile alla mente umana; il fenomeno è illusione, sogno, apparenza mentre la cosa in sé è il noumeno celato dietro il velo di Maya.

Ciò che il corpo può conoscere attraverso l’esperienza sensibile si scontra con un velo che nasconde l’essenza delle cose e realizza una consapevolezza al limite della natura umana.

Ciò che vediamo, e di cui creiamo immagini mentali attraverso i sensi, è ingannevole e illusorio: non sempre ciò che è, è come sembra.

“E’ Maya il velo ingannevole che avvolge il volto dei mortali e fa vedere loro un mondo del quale non può dirsi né che esista né che non esista; perché ella rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua; o anche rassomiglia alla corda gettata a terra, che egli prende per un serpente” ( Schopenhauer)

Quindi la realtà visibile dell’apparenza è illusione, l’essenza della realtà, o noumeno, si nasconde nel fenomeno, ( ed ecco il nascondiglio dell’essere di Heidegger).

Dobbiamo rompere questo velo per calarci nel nascondiglio, nell’ infinita ricerca dell’essenza, della conoscenza e della bellezza perché  solo in questa dimensione e proiezione della nostra soggettività possiamo cogliere tracce significative dell’assoluto, uscendo  dall’equazione  conoscenza-rappresentazione.

Nell’io profondo, l’uomo sente la volontà di vivere e di squarciare il velo di Maya, di guardare oltre il sensibile percettivo per giungere ad un’idea di mondo disegnata non soltanto dall’apparato neurobiologico di ciascuno, ma dato da idee che si celano nell’ assenza e che, proprio perché misteriose, stimolano  l’anelito metafisico dell’uomo.

In questo percorso l’uomo si ferma, ritornando in se stesso, e trova il tempo per riflettere sulla vita e sul rapporto con l’altro; qui può scoprire che l’apparenza è opportunismo, conformismo, narcisismo. Esiste l’essere oltre l’esistito, il possibile divenire costruito dalla volontà.

Anche l’arte viene in aiuto di questa riflessione:

nella pittura contemporanea citerò, tra i tanti, un esempio di consapevolezza della dualità dell’animo umano e della visione del mondo, Magritte, che amo proprio perché riesce a sollevare dubbi sull’apparenza e la verità, ammesso che esista una verità comprensibile dall’uomo, dato che essa è un valore assoluto e dogmatico.

Il surrealismo di Magritte è un prodotto mentale, come per il grande Leonardo, e viene spiegato dagli opposti di cui è costituita l’anima umana: realtà – apparenza,  sostanza – evanescenza, luce – ombra; il velo di Maya compie il suo lavoro anche qui,nelle contraddizioni e nel paradosso, volutamente lontano da ogni simbolismo, dove la visione della realtà e la sua rappresentazione  sono facce di una stessa medaglia  di cui non si comprende quale sia l’immagine reale e quella ingannevole ma possibile; esse, infatti, coesistono nello stesso dipinto, ciascuna con la sua forza espressiva, enigmatica, essenziale.

Risulta l’insanabile distanza che separa la realtà dalla rappresentazione: “l’immagine assume allora l’aspetto di uno schermo cieco la cui ovvietà non è altro che un’illusione.”

Il tradimento delle immagini (Questa non è una pipa,1929),  fa ben comprendere come tra apparenza e verità non si possa distinguere. Solo a livello morale e psichico l’uomo può esprimere un’idea di valore.

Vorrei concludere in poesia, mia principale passione, con una breve riflessione su Eugenio Montale premio Nobel per la letteratura, nel 1975. Il poeta della condizione umana, esprime nella sua opera, un pensiero molto vicino a quello di Shopenhauer; perciò è stato definito il poeta della negatività o della corrosione critica dell’esistenza (A. Marchese); in realtà egli è testimone delle contraddizioni e degli affanni del suo tempo. La coscienza intellettuale lo pone al di sopra delle parti in una condizione di solitudine e incomunicabilità ma il suo impegno etico ed umano è universale e gli consente  il necessario distacco per esprimere la sua poetica. L’universo in cui tenacemente risiede il poeta, potrà trovare un punto di fuga e squarciare la realtà apparente?

“ Si tratta di arrampicarsi sul sicomoro/ per vedere il Signore se mai passi. / Ahimè, non sono un rampicante ed anche/ stando in punta di piedi non l’ho mai visto”. (Montale, Il diario).

In conclusione, con Montale, amo citare questi versi emblematici.

“Sotto l’azzurro del cielo qualche uccello di mare se ne va; né sosta mai:perché tutte le immagini portano scritto ” più in là”.

 

Marisa Cossu

 

Libri consultati:

  • Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, P. Savj-Lopez, G. De Lorenzo, Biblioteca universale Laterza, 2009
  • Questo non è un libro, Margherita e Rosetta Loy, Gallucci Ed. 2015Luigi Pirandello, Edizione speciale della UTET, i Nobel 1972 (introduzione di Luigi Ferrante) 
  • E. Montale, Poesia, Prosa, Traduzioni, Ed. speciale UTET 1977 (introduzione di Angelo Marchese)