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Senza tempo

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1- Paestum

Paestum

Senza tempo

 

Forse nessuno prima aveva visto

sostare sulla riva un vecchio cieco,

un uomo antico, un mitico poeta,

mentre rivolto al mare

ne ascoltava la voce

e ne cantava assorto, le avventure,

il risonante sciogliersi dell’onda

in schiuma di memoria.

Con lui era già il mio canto di fanciullo,

il lancio delle pietre a pelo d’acqua

o nell’esigua ampolla che dalle rocce

in mare si riversa.

Era il Galeso, amato dai poeti

per il dolce falerno,

il luogo a me più caro.

E il mito era già lì,

con me veniva tra voci di vento

in un libro consunto,

un De Chirico falso degli sposi

nell’ abbraccio d’addio.

Nessuno aveva visto a me vicina

Andromaca tremante:

nel fragore dei flutti cade il pianto

che di dolore muove e gonfia l’onda.

Fulgido scudo ancora in me risplende

e il tempo non esiste:

il tutto regna insieme,

anche il mio smarrimento

vile, che via facendo, perde il senso

di ciò che meraviglia.

Se tutto scorre, sulle pietre resta

tra salici piangenti la presenza

del canto che mi danza in petto adesso,

qui, dove si dipana il libro informe

del mio pensiero vano.

Marisa Cossu

Omaggio a Baudelaire

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Philippe Calandre, Utopie 2, 2013, stampa su foglio di alluminio e a getto di inchiostro, inquadrata con scatola americana

 

Il cigno

 

Ed era  là Parigi,

il luogo della vita,

dove pensoso ora trascorro il tempo

immerso nei ricordi più lontani;

forse nessuno prima aveva visto

passar di lì immemore un uccello,

un fiume lacrimante, un uomo stanco,

un vecchio marinaio abbandonato

 dal mare nella dàrsena  rocciosa

come relitto  affondato dai gorghi.

 

Ed era là Parigi,

il tempo nel mio tempo

alimenta il viaggio del solito dolore.

 Gonfia di pianto Andromaca la Senna:

è la vita che soffre mentre fugge

per la città mutata ed io ne seguo

il corso che resiste all’annullarsi

in ombra della vita, e nel naufragio

 senza le vele, scivolo nel mare.

 

Ora leggo la storia:

 il mito, il pianto, ciò che in me ha scavato

il mutamento e mi appartiene, adesso

che nella terra un cigno ha perso l’ali

e più non riconosce le vie nuove

in una rotta d’albatri migranti.

Marisa Cossu