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Ma non si vede

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Ma non si vede il cielo

da questo tetto d’ombra

della città di pietra; ma l’afflato

dei vivi, anime oranti,

versa voci di attesa nell’eterno.

E camminiamo insieme all’accaduto;

della stessa sostanza vivi e morti:

il memore rimpianto del passato,

il distinguersi nel comune fato,

è illusione evocata,

è misura dei nostri passi incerti

nell’infinita logica del tempo.

Marisa Cossu

 

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La città si risveglia

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La Città Ideale, 1480-1490, attribuito a Piero della Francesca.

La città si risveglia:

rumori di ferro e di motori rompono il giorno.

Mentre ancora la notte si avvolge nel tepore delle coltri.

i vivi camminano su scale mobili,

corrono in fretta, vanno a scuola,

guidano i bus e alzano saracinesche.

I giornali strillano titoli uguali di assolute verità.

È presto per i Palazzi:

il potere attende di spingere i bottoni

ed esce dalla sua tana a sole alto

come un gobbo porta-fortuna

a mostrare le sue banali fattezze umane.

Le strade si riempiono di storie contemporanee;

nell’aria sale l’odore dei caffè.

I morti giacciono in città sepolte nel silenzio,

ma non sono scomparsi nel nulla,

sono tra la gente non visti,

trasparente memoria  del tempo.

I poeti li vedono sui fogli dei libri,

sulle immagini deturpate appese ai muri,

li guardano negli occhi della gente comune

e  Immaginano di identificarsi e di soffrire insieme.

Tutto si muove in questa rumorosa città :

ciascuno deve correre per sempre.

LIBRO

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Auguste Renoir, Donna che legge, 1874-1876

Auguste Renoir, Donna che legge, 1874-1876

I libri sono fragili città di carta

addormentate in antiche archeologie,

frammenti di memoria  allineati in teche

dove i poeti espiano la propria diversità

e guardano da torri elevate l’uomo

assorto nell’eroico compimento della vita.

Eppure bussano alle porte le mani

di coloro che chiedono di essere visti

alla luce di una fiamma di risveglio.

Alle alte mura di pensieri e parole

incateno il mio cuore con fili di poesia

e, se nessuno mi vede, apro il mio libro

esco a respirare l’ombra delle storie

che agitano bandiere di nostalgia

nelle umide pagine della mia interiorità,

nel fruscio dei fogli appena sfiorati

dal vento freddo, padrone della notte.

 

Non un fiume

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Bocklin, L’isola dei vivi, 1888

Non un fiume divide

la città celeste

dal dolore dell’uomo,

non un fuoco o un castigo,

ma un assurdo silenzio,

un’afflitta pena d’odio,

il piangente malessere

del vivere ogni giorno con se stessi

e sentirsi smarriti in luoghi alieni.

Ciascuno afferra il suo sospeso segno,

una fatua favilla che rischiara

il timore dell’essere disperso

nel vuoto personale del non-senso;

ma brilla per un tempo troppo breve

il lampo di riflessa luce e scalda il cielo;

ciascuno cerca l’isola felice

fuori di sé e ne segue la traccia

di sogno e di illusione,

personifica Stige come dea

nel tempo che separa le due sponde.

Potrei vivere per sempre

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Lucio Fontana, Concetto spaziale, 1949

Potrei forse vivere per sempre

e mai conoscere la città dell’uomo,

solo alla fine incontrerei l’enigma

della caduta, nel casuale errore,

quando il corpo frana con un gemito

nella sconfitta dello smarrimento.

Qualcuno laverà lo scudo franto

con acqua di trasparente verità

solo in brevi attimi di redenzione;

ma non  mi salverà dalla colpa vivente,

dal male oscuro della mia estraneità,

come dio distante, flesso su se stesso

a contemplarsi prima di svanire.

© Marisa Cossu

Inferno

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Pablo Picasso, Minotauromachia 1935

Molti pensano all’Inferno come ad una città di fuoco

che mai conosceranno tra i tanti paesi irraggiungibili

e anch’io riesco a vedere il male solo fuori di me

nel ferro e nelle rovine di una estranea violenza;

ma l’Inferno è dentro, nel groviglio delle emozioni,

nella colpa personale da scontare con la vita;

non potrò perdonarmi se non nella paura di me stessa

nel trasparente imbuto dell’essere non vista nel silenzio

di solitarie navigazioni in un vuoto d’aria.

La mia dolente città si popola di ombre indifferenti

nei vasi comunicanti di una estranea comunicazione

e scende in me con i voraci mostri del panico;

di notte scava nel mio sangue l’uccello nero d’ansia

e solo all’alba vola da una finestra aperta.

Ho pensato

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F. Renè Rodin, Il Pensatore, scultura bronzea, 1904

Ho pensato di farmi dimenticare,

di fuggire da questa città

dove l’ odio si esprime in riti violenti

e la notte getta un velo  d’ agonia

su un inferno di ciminiere e vicoli.

Ho provato ad essere felice

in questa  città di pietra

in ricordi di giovinezza;

ma quelli che ho amato

erano fuggiti prima di me,

altri nascondevano l’indifferenza

dietro un’ apparente simpatia.

Ora cerco di essere me stessa,

chiudo parole e libri in un cassetto

e mi rifugio in un luogo sicuro

dove nessuno possa traghettarmi

su barche di ingenue illusioni.

Qui nascono accessibili segni di verità

nell’ originaria parola delle cose lasciate:

l’ odore della pioggia, il passo degli uccelli,

il senso e la memoria della vita,

la passione del vivere ascoltando.

Ed  ancora distinguo dal tempo i tempi,

dal segmento la linea che infinita corre,

il cosmo e il microcosmo,

il tutto che accoglie l’ esistente

tra le braccia amorose di una madre.

 

 

 

PERIFERIE

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Quartiere Paolo VI, Taranto. Foto dal web.

Le strade della mia città

portano al mare,

si attorcigliano

in vicoli di pietra,

s’ inoltrano in piccole piazze,

attraversano la consuetudine

dei passi in ricordi di tenerezza.

Rassomiglio a quei vicoli,

nasco da quelle pietre,

dall’ odore salmastro dei muri scoloriti.

Il cuore è il Borgo:

qui non ho mai pensato

che vi fosse, oltre le necropoli,

la vasta periferia di tufo,

il cemento dei palazzi allineati

in file di alveari;

non ho mai pensato a quei luoghi

come ad una estensione della mia vita;

eppure dai quartieri arrivano

frotte di allegri ragazzi,

si riversano nelle arterie fino al cuore

con essenziale energia;

eppure di notte le case di tufo

racchiudono sogni di vite nuove,

accendono lampade nei viali

per dichiarare che esistono,

si allineano ora ai pensieri

nella periferia della mia anima.

Città

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Taranto, chianche del  Borgo Antico

Taranto, chianche del Borgo Antico

Cammino per la città:

non c’è cosa che mi appartenga

nemmeno un mattone scrostato

nemmeno una finestra già chiusa;

ed io non appartengo a nessuna

delle cose che mi circondano,

delle ombre che m’ incontrano.

E non sono nemmeno qui

sono altrove e nessuno lo sa.

DOMANI

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Domani

sarà tutto come prima

in questa città

dallo splendido mare

e nulla cambierà;

ciascuno andrà

per la sua strada

preoccupato e incerto

su marciapiedi affollati

da ombre indifferenti;

gli occhi brilleranno di luce

su vetrine ammiccanti;

ma ci sarà qualche lampione spento

un angolo di ombra per un cane

sdraiato tra i passanti

col suo padrone

 su un gradino freddo,

rassegnato a quel flusso

incontinente

di parole e di gesti sempre uguali,

frettolosa pietà,

nessuno che risponda

che si fermi,

ciascuno la sua maschera ridente,

ciascuno una comparsa,

anime afflitte

che vanno senza meta,

senza girarsi indietro.

E domani

quel senso di disagio e di abbandono

quel fumo che appare da lontano

ed incombe nell’ aria

sarà stato

soltanto un brutto sogno.