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L’allodola

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Già l’allodola canta,

con l’aurora sbiadiscono le stelle,

la luna diafana scompare.

E appare l’alba

con il canto salita dai campi

dove cresce il grano,

ma subito lontana, un frullo d’ali,

un lieve soffio al limite del giorno.

Così fugace è il canto,

la carezza sui corpi abbandonati

nell’ultimo respiro della notte,

la materia sospesa nel silenzio violato

di un fuggevole amore, evanescente eco

di una voce che si perde lontano;

ma noi la tratteniamo,

ancora per un poco, con lunghi abbracci,

nel nido di una dolce aurora

solo da noi creata.

                                                                             © Marisa Cossu

Come relitto

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Come relitto posato da tempeste

nei concavi abbracci marini,

da un un letto di morbida sabbia

guardo il cielo nella continuità

riflessa dalle onde stellate;

resto in un liquido sonno,

abbandonata in una bolla d’oblio

dove il mare  ricopre triremi, navi e città,

nelle valli subacquee più remote,

negli immersi sottosuoli

di strade divorate dal sale;

ma dell’uomo

 con essi per sempre sepolto

in dimenticate archeologie,

dell’uomo non v’è traccia.

Ora i legni parlano,

il ferro, gli alberi maestri,

le ancore infisse nella roccia;

 ma dell’uomo, dell’immane fatica,

dell’eroica navigazione,

dell’immensa nostalgia del viaggio,

solo le alte  onde sono eco.

© Marisa Cossu

Venne il sonno

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Infine la mente consumò tutti i pensieri

del giorno ormai trascorso,

chiuse in sé le emozioni

e venne il sonno a liberare l’ anima

dal nulla della notte nera.

Bianche volavano  parole non dette

ormai sbiadite, vaga eco d’ amore

già fuggita nel sogno.

Tra palpebre socchiuse già il risveglio…

e tutto ricomincia;

nella segreta stanza del mio cuore

si affacciano le ombre della notte

sognate e non vissute,

ritornano gli incanti e le prigioni

consumate nell’ arco della luce.