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Ciò che resiste

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1- Paestum

Paestum

 

 

Ciò che resiste al tempo è la memoria,

profumo delle cose già vissute

nello scorrere liquido del fiume

che bagna l’esistente.

Solo una volta ti lambisce e fugge

e muta l’onda: non più la stessa acqua,

dove ora siede il tuo sogno ingrigito;

con un ritorno breve ti consola

il nostalgico film di ciò che è stato.

Solo parole, sillabe d’inchiostro,

graffiti e segni d’immaginazione,

scavano nella notte dove affonda

il senso delle cose nel mio foglio;

ma io ti vedo, siedi nel non senso

di un libro vuoto e cerchi di tornare.

Marisa Cossu

VASI

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Anfora-Panatenaica[1]

Vasi

 

Di terracotta un vaso e uno di rame

trascina la corrente verso il mare.

È un fiume che si gonfia tra il pietrame

e fa paura al meno resistente

 

che, destinato ad essere rottame,

naviga a vista sempre più prudente;

l’altro lo affianca pronto a farne strame

e si avvicina altero e indifferente.

 

Chi la pochezza sua vuol preservare

se, per sfortuna, è il meno dotato

deve tenersi al largo dal potente:

 

si guardi dal compagno prepotente

e si allontani dopo avergli dato

lo spazio che pretende al suo passare.

Marisa Cossu

 

Ci sarà ancora il fiume

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Sul Tanaro, foto pers.

Ci sarà ancora il fiume

per passeggiare su sentieri

di ciottoli rotondi,

levigati nell’azzurra corsa

dei rivoli tra pietre nascenti,

dove teneri legni sostano,

venuti da boschi sempreverdi.

E da qui rivedrò

la vecchia casa sul Tanaro,

i vasi di rose rampicanti

e il recinto di uva fragola,

un giovane limone

al riparo dalle brinate,

mentre allegri bimbi giocano

con una palla rossa;

ma noi dove saremo nel quadro

dipinto dal tempo con i colori

dei giorni di fine estate;

ancora parleremo  del falco

che buca il cielo nel volo ardito

per scoprire l’arcobaleno;

o saremo forse in casa seduti

a ritrovare in vecchie foto

quel che abbiamo lasciato

alla vita sulle sponde del fiume.

© Marisa Cossu

Non un fiume

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Bocklin, L’isola dei vivi, 1888

Non un fiume divide

la città celeste

dal dolore dell’uomo,

non un fuoco o un castigo,

ma un assurdo silenzio,

un’afflitta pena d’odio,

il piangente malessere

del vivere ogni giorno con se stessi

e sentirsi smarriti in luoghi alieni.

Ciascuno afferra il suo sospeso segno,

una fatua favilla che rischiara

il timore dell’essere disperso

nel vuoto personale del non-senso;

ma brilla per un tempo troppo breve

il lampo di riflessa luce e scalda il cielo;

ciascuno cerca l’isola felice

fuori di sé e ne segue la traccia

di sogno e di illusione,

personifica Stige come dea

nel tempo che separa le due sponde.

Io sono il fiume

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Gravina di Laterza, Taranto

Gravina di Laterza, Taranto

Io sono il fiume scarso,

povero d’acqua,

nato dalle pietre assolate

dell’avara terra del Sud;

scorro per la Gravina

tra nascoste grotte rupestri

e basiliche dipinte sulla roccia.

Non voglio essere altro

da quest’acqua salmastra

sgorgata da un anfratto,

non voglio essere altrove,

accetto che qualcuno

mi nasconda nel tempo

come ruga calcarea.

Ed abito il mio corpo

come l’acqua abita il cuore

della terra e la disseta;

in me ha senso la lotta

del germoglio che non vede la luce,

il gemito del seme soffocato

ancor vivo nel suo grido,

la tristezza dell’albero

privato dei suoi fiori

dall’improvviso gelo

di una notte.

Acqua

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Claude Monet, La scogliera di Aval 1885

Claude Monet, La scogliera di Aval 1885

Memoria d’ acqua abita la liquida vertigine

della vita nascente per caso o per amore

nell’ idillio di linfa e di pensiero,

concitata scoperta dell’ esistere

nell’ ebbrezza di un  fiume in movimento

che argenteo corre in un arco ristretto

tra il battito dell’ alba e il rosso del tramonto,

scivola lento nel flusso di energia

del  mio corpo di pioggia, dissetata memoria

delle cose sommerse uscite da se stesse

goccia a goccia,cadute come fiori

in cristalli di sale, evaporata traccia

del divenire che mi porta al mare.

Adesso andiamo…

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images[1] (5) Taranto, fiume Galeso

Adesso andiamo, mia voce,

presso il Galeso

tra le segrete rive dove scende il salice

tra foglie leggere, ora sparse tra rovi

in un angolo di estraneità,

a guardare l’ antico fiume

cantato dai poeti,

che scivola nel mare

sgorgato da una roccia glabra.

E’ tempo di creare un nuovo canto,

come l’ acqua venuto

da un sommerso mistero,

dall’ emozione azzurra palesata

in un tratto di cielo all’ improvviso.

 

” Quell’ angolo di mondo a me più di ogni altro sorride ”

Orazio