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Malessere

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fine-del-mondo_principale[1]

Sonetto

ABAB ABAB CDE EDC

Con quale forza ti costringe il male

che sugge il sangue, avvelena e mai tace

ferma il moto dell’anima vitale

ed imprigiona dove non c’è pace.

 

L’inferno brucia e l’alto grido sale

dal balbettio dell’ essere incapace

di liberare dalla pece l’ale

avvinte da un malessere tenace.

 

E mi ribello al male che ti afferra,

sento la colpa invadermi le vene

 e temo di lasciarti perso e solo

 

dove per te e per altri non c’è volo,

in un distratto mondo tra le pene

del disperso non luogo della terra.

Marisa Cossu

Temo

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image[1]

Paul Gaugoin, Autoritratto, 1893

 

Non l’inferno m’angustia,

nell’esistenza tenace si annida;

non il buio di mondi sconosciuti,

né il peso di un’eterna notte di pece;

ma che si resti sospesi in un vuoto

e non ci sia mai vera certezza,

che mai si possa conoscere

un barlume di umanità.

Temo che la superbia non possa mai

chiarire il nulla della vita,

che essa sia un vuoto pieno di vuoto

dove pendono tracce, punti e linee,

segni confusi tra l’esistente e l’eterno.

E la luna  ci guarda, spegne le cose

senza vederle e continua a splendere

sull’immensa tragedia del male,

sulle desertificate città dell’uomo

dove le croci hanno deposto il carico

di dolore e perso anche i chiodi,

e restano in legni ammucchiati

nell’inutile silenzio dei vivi.

Temo, non ci sia l’uomo dove io cerco

ma una traccia sperduta e spenta

strisciante ai piedi dell’infinito

e, temo, che lentamente con essa

mi stia spegnendo anch’io.

©Marisa Cossu

 

Inferno

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Minotauromachia-Picasso[1]

Pablo Picasso, Minotauromachia 1935

Molti pensano all’Inferno come ad una città di fuoco

che mai conosceranno tra i tanti paesi irraggiungibili

e anch’io riesco a vedere il male solo fuori di me

nel ferro e nelle rovine di una estranea violenza;

ma l’Inferno è dentro, nel groviglio delle emozioni,

nella colpa personale da scontare con la vita;

non potrò perdonarmi se non nella paura di me stessa

nel trasparente imbuto dell’essere non vista nel silenzio

di solitarie navigazioni in un vuoto d’aria.

La mia dolente città si popola di ombre indifferenti

nei vasi comunicanti di una estranea comunicazione

e scende in me con i voraci mostri del panico;

di notte scava nel mio sangue l’uccello nero d’ansia

e solo all’alba vola da una finestra aperta.