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Nutrito dall’orgoglio

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17- The Stone

Barbara Missana, The stone

 

(sonetto caudato)

 

Nutrito dall’orgoglio e dalla fede

abita l’uomo nella propria vita

rubando il tempo su per la salita

di un aspro monte dove non si avvede

 

dell’ombra scura che lenta procede

alle sue spalle: con le lunghe dita

a lui ghermisce il sole, poi sopita,

attende di rincorrere le prede

 

allorché stanche, illuse e affaticate,

ai lembi di un approdo di confine

cercano ancora l’isola promessa;

 

ma ormai la forza non è più la stessa,

tutto si volge al medesimo fine,

e le certezze appaiono infondate;

 

altrove, reclinate

in un vano mistero sconosciuto,

dormono le ragioni del vissuto.

Marisa Cossu

 

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La corsa

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Picsart

 

Nutrito dall’orgoglio e dalla fede

abita l’uomo nella propria vita

rubando il tempo su per la salita

di un aspro monte dove non si avvede

 

dell’ombra scura che lenta procede

alle sue spalle: con le lunghe dita

a lui ghermisce il sole, poi sopita,

attende di rincorrere le prede

 

allorché stanche, illuse e affaticate,

ai lembi di un approdo di confine

cercano ancora l’isola promessa;

 

ma ormai la forza non è più la stessa,

tutto si volge al medesimo fine,

e le certezze appaiono infondate;

 

 altrove, reclinate

in un vano mistero sconosciuto,

dormono le ragioni del vissuto.

Marisa Cossu

Contraddizione

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Siamo allo stesso tempo isola e vela, viaggio e approdo, vivente contraddizione in continuo movimento verso qualcosa che non conosciamo, ma che ci attrae con forza e ci richiama in noi stessi. Per me, solo l’immagine che tra gli altri trascorre per un attimo troppo breve, solo un pretesto perch’io legga il mondo sensibile e mi veda nella mia essenza. Isola e approdo, l’io e il mio fine. Io e la voglia di sapere chi sono, non chi dicono ch’io sia. E infine chiudere il cerchio che mi condanna ad essere l’opposto del sogno  o vita come sogno. Voglio sapere…

Marisa Cossu

robben-island-02[1]

L’isola

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maxresdefault[1]

San Pietro-Taranto-Isole Cheradi

Avete mai visto l’isola

attraverso il trasparente pallore delle nuvole

adagiate sul confine del mare

in una cappa di calura estiva?

E nell’isola  una spiaggia dorata,

lievi impronte di giovinezza, passi nudi

vaganti senza meta tra dune e macchie di erica.

Avete mai visto i sassi rotondi della scogliera

rifrangere la luce del cielo nello specchio

di chiara acqua marina?

In me  l’incanto si rinnova,

nulla è mutato nel mio animo.

Quell’isola mi appartiene

con la dolcezza della bella stagione

o con l’aspro rompersi del tempo

quando il gheppio smette di fischiare,

i passeri si fermano ebbri di sole e di salsedine,

il mare corrode le rive, cancella i passi,

li discioglie nella schiuma di un’onda lenta,

le nuvole si fanno grigie e la pioggia si annuncia

tra brividi e aliti di scirocco.

Avreste mai creduto che uno strano poeta

rassomigliasse a quest’isola,

fosse sabbia e mare, roccia e uccelli,

diventato egli stesso isola in un altro tempo,

in un altro luogo immaginario

dell’infinito mare dalla vita.

Non un fiume

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220px-Böcklin_-_Die_Lebensinsel_-1888[1]

Bocklin, L’isola dei vivi, 1888

Non un fiume divide

la città celeste

dal dolore dell’uomo,

non un fuoco o un castigo,

ma un assurdo silenzio,

un’afflitta pena d’odio,

il piangente malessere

del vivere ogni giorno con se stessi

e sentirsi smarriti in luoghi alieni.

Ciascuno afferra il suo sospeso segno,

una fatua favilla che rischiara

il timore dell’essere disperso

nel vuoto personale del non-senso;

ma brilla per un tempo troppo breve

il lampo di riflessa luce e scalda il cielo;

ciascuno cerca l’isola felice

fuori di sé e ne segue la traccia

di sogno e di illusione,

personifica Stige come dea

nel tempo che separa le due sponde.

Sera d’ottobre

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aerea[1]Taranto, Isola e ponte girevole.

 

Mite sera d’ ottobre,in te discendo

con l’ ultimo bagliore di sole

nel violaceo orizzonte

e ammiro la nascente luna e la sua stella

affacciate sulle bianche terrazze

della città marina.

Qualcuno è entrato prima di te

negli antichi palazzi di carpora e tufo

a spogliare la vita

nelle viuzze dell’ Isola,

nelle case dagli occhi spalancati,

nei portoni dimenticati

abbandonati al tempo,

che tu ricopri con amorosa cura

col perlaceo mantello.

In te mi perdo e seguo il segno

di un vicolo di antica pietra

dove un lampione

se ne sta in disparte nell’ odore del mare

e mi accompagna nella notte

annunciata dall’ umido scirocco

che sa di sale e di uccelli marini.

Forse è il presagio di un inverno

privo d’ alberi e foglie, senza rifugio

per incontrare in sogno un’ emozione

di smaglianti colori.

Sono lontani gli alberi che costeggiando il mare

s’ infittiscono in pinete piene di suoni

dove le canne ondeggiano al soffio della brezza.

Ora mi parli dell’ inverno e mi mostri i suoi segni

da te ancora addolciti, e mi trattieni

sull’ umido selciato di un deserto molo

dove anch’ io sia preda dei gabbiani

che sorvolano il porto tra alte grida.

SARDEGNA

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                            18_Sardische-Bronzen[1]c_tribu_uta[1]

                                                            ( Bronzetti nuragici, VIII-VII sec. a.C )

Isola di tutti i venti

del Libeccio e del Maestrale,

dell’umido Scirocco,

delle torri di pietra,

delle coste rosa.

Isola del mare verde

e scarsi pascoli erbosi;

isola della sete

di rocce e nascondigli;

isola inesplorata

dalle lagune salmastre

dove uccelli rosa

aprono le larghe ali;

isola della palude

dei vegetali arbusti

innalzati dall’ acqua

in cerca della luce.

Isola di asinelli grigi,

talvolta bianchi,

 odorosa di mirto,

del profumo di mare,

dei sughereti pallidi e fitti.

Isola di solitudine,

disgiunto , estraneo

abbandonato granaio…

Esisti ancora

con le semplici case

di paglia e fango

nei piccoli paesi

del Campidano

dalle esigue sorgenti

presso il mare,

o ti vede soltanto il mio ricordo?

LA MIA ISOLA

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160-capriccioli__costa_smeralda_sardegna[1]  (Sardegna, Costa Smeralda )

Sul muro del ricordo

sale il glicine

dagli azzurri pampini,

immagine scolpita

nell’intimo giardino

della mia isola.

Il vento soffia canzoni di mare

in zufoli di conchiglie;

sulle rocce marmoree

si arrampica il cappero

con stellati occhi bianchi,

tra i cuori verdi

delle spesse foglie.

Pulsa la voce della marea

sulla costa sabbiosa;

il coniglio corre di tana

in tana, selvatico e veloce

tra cespugli di mirto;

uccelli rosa aprono le ali

nel vicino canneto.

Il nuraghe è lontano

come il mio ricordo,

bruciato da troppa distanza.

E gli asfodeli tingono d’ azzurro

un improvviso prato

presso il mare,

mentre io cerco

un solo fiore bianco.