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Samarcanda

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Samarcanda - Shahr-I-Zindah Guri Amir

Samarcanda

 

Alla morte sfuggire navigando deserti

su vele trasparenti di sabbiose

dune increspate d’oro tra fumanti vapori.

Oasi d’acqua fresca di un palmizio,

si dischiude nell’ombra, mostra cime sbiadite

nel nulla, dove verdi foglie appese

ad aerei fili fatui sono la soglia impervia

di quel non luogo d’aria; ma si afferma

l’antica chimera che tutti chiama al mistero;

forse è il trotto di alati cavalli

che arano un solo lembo di cielo più distante.

A Samarcanda il mio cuore sospira.

Marisa Cossu

Buchenwald

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Auschwitz-2[1] BUCHENWALD
Tremano le parole sul mio foglio:
non han forza, balbettano l’orrore
che così vasto mi sommuove il cuore
per la memoria che narrare voglio.

C’era un binario nero a Buchenwald,
un cancello di ferro arrugginito,
dentro un male tremendo mai esistito,
c’erano fumo e morte a Buchenwald.

E c’era anche una bambola, già bionda,
un pianoforte muto, senza tasti,
vecchie cose, giocattoli rimasti
in un cortile sotto ad una gronda.

Camminavano numeri stampati
i nomi scritti col fuoco , a Buchenwald,
e stelle gialle in petto a Buchenwald,
uomini morti prima d’esser nati;

vesti rigate e fiori sui recinti
dove ogni desiderio impallidiva,
né rimaneva alcuna cosa viva
mentre sul campo di sconfitti e vinti

la storia già scriveva il suo verdetto
in memoria di un tempo maledetto.
Marisa Cossu

Alla fine

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Alla fine cerco di arrivare

senza maledire questo tempo privo di luce,

la manciata d’ombra gettata nel nulla per confondermi

e vivo nell’attesa della notte che viene furtiva

dalle remote profondità con un carico

di pesanti condizioni, con i se e con i forse

delle ore che restano ibridate dalla vita

con i segni indelebili dell’accaduto,

con la festa che copre l’acre odore della morte.

Neanche maledico il dolore, mio e degli altri uomini,

so che nasce dall’inferno cruciale dell’essere presenti,

fragili creature connaturate all’apparire,

legate con catene ad immagini

che indossiamo correndo verso un fine che ci misura

nella sua metrica infallibile e ci regala lampi di stupore.

Accade a volte

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Le lacrime di Feryja, Gustav Klimt

 

Accade a volte che la mente vaghi

per notturne traiettorie in pensieri di eternità:

la vita dissolta nella morte, lo scorrere del tempo,

il solco degli uccelli nel cielo senza fine

lontano e inconoscibile che continua a girare

indifferente non so dove, né come,né perché;

forse gli opposti vivono in un unico abbraccio

e si separano solo nella paura del silenzio,

si avvolgono nell’acme dello stesso grido,

la stessa voce di qualcosa che nasce,

apre la terra, gioisce del respiro dell’erba,

la stessa voce di qualcosa che cade

nel segreto di un’ombra di memoria.

Marisa Cossu

Il filo d’erba

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Dalla fessura aperta tra le zolle

esile filo d’erba, cercando il sole

tra le pietre appari del durevole

tempo di neve e gelo

e nasci unico e solo dalla terra.

Si tinge il campo della forza verde

che fuori ti sospinge

perché tu spieghi il senso della vita

e della tua prigione,

del ritorno del tempo nel suo flusso

di morte e vita senza una ragione.

 

L’apparente mistero ora m’inquieta

quando nell’erba leggo l’io profondo

della città deserta del dolore

filo verde d’attesa

nuova speme da compiere vivendo

nella vasta ferita dove il tempo

pesa la sua misura di fatica

appare eterno e come stella muore.

Marisa Cossu

I ponti

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Il fascino dei ponti,

quando l’acqua si gonfia,

straripa dagli argini

e gli archi restano nell’aria

sospesi come navi di pietra

spezzate dalla tempesta,

affondano nel vortice dei flutti.

Su questi ponti immagino

la mia dimora di non senso,

travolta con te nell’incanto del vuoto,

due in uno, anima e corpo.

l’io e il tu, nel lento annullarsi

di pietra dell’esistenza.

Eppure qualcosa ha spiccato il volo

in alto nel cupo azzurro della notte,

 non saprei dire se è pietra o alito

parola o carne, anima o corpo,

quale doppio di me

si sia disciolto per ritornare.

Da ore penso di lasciarmi andare,

di avvolgermi nella piena del fiume,

ma tutto accade senza che sia  voluto:

è necessario stringerti in questo nulla

dov’ è  l’eternità tra  vita e  morte.

©Marisa Cossu

Memoria

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Marisa Cossu

640px-Giotto_-_Scrovegni_-_-36-_-_Lamentation_(The_Mourning_of_Christ)[1] Giotto, Compianto sul Cristo Morto affresco

                                                                                           Cappella degli Scrovegni 1303-1305

Qui mi confronto

con il granito,

custode della morte;

al suo volto di pietra

congiungo la mia immagine

nel profondo silenzio

in cui scava la fredda realtà

che sottrae all’ anima

la musica e la luce

e le conserva

in un giorno d’ autunno,

nella pioggia di fiori

caduta sul ricordo.

Fingo che sia vita

anche questo mistero

che allunga la sua ombra

sulla fine del tempo.

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La coscienza

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” Tutto si fonda su alcune idee che si fanno temere

e che non si possono guardare in faccia”.

( Paul Valèy )

Notte. Mi trovo in una stanza buia rischiarata in un angolo da una flebile fiammella riflessa in uno specchio vuoto.

Sono ferma, immobile, insicura sul da farsi; la mia esperienza emotiva si svolge tra realtà e irrealtà, agitazione, quiete; ne ho coscienza in modo alterato e sfuggente, ma sono certa di possedere due idee fondamentali da tener presenti: la consapevolezza del Sé e la conoscenza, nel rapporto tra le funzioni cerebrali, la psiche e il mondo esterno.

La mia è coscienza di “qualcosa”; ma forse potrei essere cosciente e consapevole anche senza gli oggetti della mia attenzione; continuerei ad esistere come presenza anche nel buio assoluto della stanza se la candela si spegnesse?

E l’ ombra? L’ombra disegnata alle mie spalle, sul muro e sul pavimento, mi appartiene o è altro da me, indipendente, indifferente al mio essere qui ed ora? E il volto appena visibile nello specchio polveroso è il mio o qualcuno mi guarda per indicarmi la candela, per invitarmi a vedere l’essenziale?

Se la candela finisse di ardere, avrei coscienza della metafora che rappresenta: la morte nella vita, la presenza che continua oltre l’esperienza sensibile. Non oso ancora pensare a questo mistero, non sono pacificata a questa continuità: la restituzione di coscienza e attenzione a ciò che è davvero essenziale. Fissare la candela è un gesto di distensione, riappropriazione e liberazione, che mi suggerisce di non essere condannata al buio quando la tenue fiamma avrà consumato tutto l’ ossigeno.

Fisso il vuoto, il muro, mi guardo dentro, perché ora non c’è altro di più importante da vedere e sentire, se non il silenzio che s’inoltra nell’anima, se non il nuovo inizio, la luce che spegnendosi ha acceso un barlume di coscienza. Così mi estraneo dalle paure, placo il tumulto delle emozioni, mi libero dal senso della mia condanna alla morte, per rifugiarmi in uno spazio interiore vasto e significativo. Mi spoglio dagli automatismi di giudizio e di azione, allento il timore per il futuro e l’ignoto. Prendo coscienza della morte come parte e ritorno della vita, anzi un’unica cosa con essa; forse riesco finalmente a vedere in me un po’ di sincerità.

© Marisa Cossu

Il poeta e la poesia

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Frank Dicksee, Romeo e Giulietta,1884

Frank Dicksee, Romeo and Juliet, 1884

” Oh Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo !?

 Rinnega tuo padre e rifiuta il tuo nome,

oppure, se non vuoi, giura che sei mio e smetterò io

d’essere una Capuleti “

( W. Shakespeare, Romeo e Giulietta)

Penso che, come Giulietta, la poesia esiga dal poeta il rinnegamento di sé per un amore esclusivo e totalizzante, l’unico capace di generare emozioni fondamentali e di ricondurre l’artista alla perduta essenzialità, alla sacralità poetica.

Anche al tempo di internet la poesia continua ad esprimere i valori della “città” perduta e con la sua forza evocativa si addentra nella sfera dei sentimenti e delle emozioni, conservando il necessario distacco.

Con un linguaggio sempre nuovo, quello  del suo tempo, il poeta parla ancora e sempre della bellezza, del dolore, della morte, dell’amore, testimone della realtà e della società in cui esprime e comunica la propria estraneità, l’assenza, il malessere di chi si pone domande  cui la parola non può dare risposta, mentre la crisi perdura e si aggroviglia in trame di frustrazione.

Il poeta deve guardare in se stesso per un necessario esame di coscienza, un ripensamento, teso a  restituire alla poesia il suo ruolo sociale e a  favorirne il ritorno da un volontario esilio; perché, se è vero che oggi circoli sui media un numero esponenziale di composizioni poetiche, è anche vero che, spesso, la qualità soffra l’abitudine alla velocità e alla superficialità proprie di un certo tipo di comunicazione.

E’ anche vero che il poeta non sia mai padrone della sua poesia che, una volta pubblicata, appartiene alla comunità dei lettori, come un canto davanti ad una finestra aperta raccolto dai passanti per le strade del mondo. Da questa espropriazione il poeta percepisce la vacuità della sua presenza e il dovere di guardarsi intorno alla scoperta delle piccole cose, delle semplici emozioni, dei segmenti di tempo che si ripetono nel libro della Natura e della vita.

Egli si libera allora dai pregiudizi e riscopre qualche bagliore di verità in ciò che lo circonda e nel rapporto con gli altri, vede che tutto ciò che cercava è nella sua visione interiore; scopre ciò che è davvero essenziale e guarda in viso la sua umanità in solitudine.

© Marisa Cossu

“Rifare l’uomo, questo il problema capitale. Per quelli che credono alla poesia come a un gioco letterario, che considerano ancora il poeta un estraneo alla vita, uno che sale di notte le scalette della sua torre per speculare il cosmo, diciamo che il tempo delle ” speculazioni” è finito. Rifare l’uomo, questo è l’impegno”.

(Salvatore Quasimodo)

ARITMIA – Premio letterario “Albero Andronico”-

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Premio letterario Albero Andronico, Sala della Protomoteca in Campidoglio, Roma, 3 Aprile 2015 Protomoteca in Campidoglio, Roma,

Premio letterario “Albero Andronico”, Sala della Protomoteca in Campidoglio, Roma, 3 Aprile 2015

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Aritmia

Da questi palpiti incalzanti

del cuore e delle vene,

dal dolore del petto e delle braccia,

stasera sfido il varco della morte

la soglia che mi chiama dal mio giorno.

In me suonano i tamburi della foresta,

sibilano le canne scosse

da un forte vento;

sulle sponde infuria la burrasca.

stridono i gabbiani impazziti

fuori e dentro me.

Perché gemono

milioni di ombre sofferenti,

gettano il lacerante urlo

alla pareti, nell’armadio,

aggrappate all’albero

adombrato dalla finestra…

perché l’assassino perseguita

la mia stanchezza

con luci intermittenti

e disarmonici suoni…

Vorrei cadere in un silenzio

più profondo del mare

per non sentire la tenace voce

della cosa che mi trattiene.

Non è solitudine più vasta

dell’immenso, consapevole addio.

Vorrei chiudere gli occhi nel silenzio,

che cessi il rumore del mio petto,

che salga in me la calma,

il sonno, la luce di un mattino

mai vissuto.

(Poesia inedita di Marisa Cossu, presente nell’Antologia pubblicata da “Albero Andronico”)

…E Buona Pasqua a tutti gli amici lettori e visitatori del mio blog!