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Ma non si vede

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Ma non si vede il cielo

da questo tetto d’ombra

della città di pietra; ma l’afflato

dei vivi, anime oranti,

versa voci di attesa nell’eterno.

E camminiamo insieme all’accaduto;

della stessa sostanza vivi e morti:

il memore rimpianto del passato,

il distinguersi nel comune fato,

è illusione evocata,

è misura dei nostri passi incerti

nell’infinita logica del tempo.

Marisa Cossu

 

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Buchenwald

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Auschwitz-2[1] BUCHENWALD
Tremano le parole sul mio foglio:
non han forza, balbettano l’orrore
che così vasto mi sommuove il cuore
per la memoria che narrare voglio.

C’era un binario nero a Buchenwald,
un cancello di ferro arrugginito,
dentro un male tremendo mai esistito,
c’erano fumo e morte a Buchenwald.

E c’era anche una bambola, già bionda,
un pianoforte muto, senza tasti,
vecchie cose, giocattoli rimasti
in un cortile sotto ad una gronda.

Camminavano numeri stampati
i nomi scritti col fuoco , a Buchenwald,
e stelle gialle in petto a Buchenwald,
uomini morti prima d’esser nati;

vesti rigate e fiori sui recinti
dove ogni desiderio impallidiva,
né rimaneva alcuna cosa viva
mentre sul campo di sconfitti e vinti

la storia già scriveva il suo verdetto
in memoria di un tempo maledetto.
Marisa Cossu

Cade la neve al Sud

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M. Chagall, Slitta sulla neve- 1944

Neve

Alla base degli alberi d’argento

cade la luna e l’ombra sua traspare,

lieve ricamo in terra,

dove aspro l’inverno ha disegnato,

con mani fredde, una trama di gelo;

rami nudi e contorti,

semi deformi e morti

giacciono tra radici inaridite,

bianchi di neve effimera che sfugge.

Così, vita di luna, amor d’argento,

a tua insaputa abbracci la misura

del tempo a noi concesso

e in essa ti consumi,

nel velo della neve oggi caduta.

Così trascorri e muti con le foglie

per divenire neve che si scioglie.

Marisa Cossu

Quadri

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Frida Kahlo, autoritratto con vestito di velluto

Frida Kahlo, autoritratto con vestito di velluto

I quadri mi guardano dalle pareti

con l’immobilità definitiva dei morti:

sono madri, padri, fratelli e sorridono

a tutti e a nessuno con rigide labbra

di un rosso sbiadito, enigmatico e stanco,

ora oggetti, mattoni colorati sui muri

come non fossero mai stati emozioni,

sangue dell’esistenza, liberi solo nell’aria

che  li attraversa in un filo di sole.

Traspaiono da finestre sempre aperte

impolverate e statiche, sul mondo dei vivi,

replicanti inconsapevoli del dolore, destinati

a ripetersi come se nulla fosse accaduto

sullo sfondo di un  momento di distacco.

Essi resistono nell’abitudine di essere visti,

ma non guardati, oltre il loro tempo,

come interroganti icone della memoria

dove ogni parola spenta si riaccende

nell’ oltre cui trattengo il mio pensiero;

la risposta a me stessa è camminare

sulle impronte del loro ieri esistito;

forse la vita è altrove, in luoghi indefiniti

ed io sono soltanto un timido riflesso

del loro essere immutabili e freddi

nella distante dimensione dell’ oltre.

©Marisa Cossu

La città si risveglia

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C[1]

La Città Ideale, 1480-1490, attribuito a Piero della Francesca.

La città si risveglia:

rumori di ferro e di motori rompono il giorno.

Mentre ancora la notte si avvolge nel tepore delle coltri.

i vivi camminano su scale mobili,

corrono in fretta, vanno a scuola,

guidano i bus e alzano saracinesche.

I giornali strillano titoli uguali di assolute verità.

È presto per i Palazzi:

il potere attende di spingere i bottoni

ed esce dalla sua tana a sole alto

come un gobbo porta-fortuna

a mostrare le sue banali fattezze umane.

Le strade si riempiono di storie contemporanee;

nell’aria sale l’odore dei caffè.

I morti giacciono in città sepolte nel silenzio,

ma non sono scomparsi nel nulla,

sono tra la gente non visti,

trasparente memoria  del tempo.

I poeti li vedono sui fogli dei libri,

sulle immagini deturpate appese ai muri,

li guardano negli occhi della gente comune

e  Immaginano di identificarsi e di soffrire insieme.

Tutto si muove in questa rumorosa città :

ciascuno deve correre per sempre.