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Poesia

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Un mio fantasioso dipinto

 

 

Un giorno forse rivedrò la strada

che a te conduce, trepida poesia,

dove la luna sbianca la contrada

e scorre il fiume della nostalgia

 

di te, nascosta voce, eco d’argento,

che in me risuona con le dolci note

di una chitarra liberata al vento

lieve memoria di parole ignote,

 

e mai potrò rubarti un sol momento,

come un castigo sei per chi ti ama.

Librato in bianche  nuvole remote,

 

in cerca di poesia va il mio tormento;

ma tu, sfuggente,  sei colei che chiama

dal nascondiglio con le mani vuote.

Marisa Cossu

 

 

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Come relitto

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Come relitto posato da tempeste

nei concavi abbracci marini,

da un un letto di morbida sabbia

guardo il cielo nella continuità

riflessa dalle onde stellate;

resto in un liquido sonno,

abbandonata in una bolla d’oblio

dove il mare  ricopre triremi, navi e città,

nelle valli subacquee più remote,

negli immersi sottosuoli

di strade divorate dal sale;

ma dell’uomo

 con essi per sempre sepolto

in dimenticate archeologie,

dell’uomo non v’è traccia.

Ora i legni parlano,

il ferro, gli alberi maestri,

le ancore infisse nella roccia;

 ma dell’uomo, dell’immane fatica,

dell’eroica navigazione,

dell’immensa nostalgia del viaggio,

solo le alte  onde sono eco.

© Marisa Cossu

Ci sarà ancora il fiume

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Sul Tanaro, foto pers.

Ci sarà ancora il fiume

per passeggiare su sentieri

di ciottoli rotondi,

levigati nell’azzurra corsa

dei rivoli tra pietre nascenti,

dove teneri legni sostano,

venuti da boschi sempreverdi.

E da qui rivedrò

la vecchia casa sul Tanaro,

i vasi di rose rampicanti

e il recinto di uva fragola,

un giovane limone

al riparo dalle brinate,

mentre allegri bimbi giocano

con una palla rossa;

ma noi dove saremo nel quadro

dipinto dal tempo con i colori

dei giorni di fine estate;

ancora parleremo  del falco

che buca il cielo nel volo ardito

per scoprire l’arcobaleno;

o saremo forse in casa seduti

a ritrovare in vecchie foto

quel che abbiamo lasciato

alla vita sulle sponde del fiume.

© Marisa Cossu

Mare

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Claude Monet, Marine,

Claude Monet, Marine,”Pourville”,1881

Entro nel mare stellato della sera

dove il giorno affonda nudi piedi di luce

nel curvilineo abbraccio del tramonto.

Trema un  guizzo d’argento riflesso

sulla lontana linea dell’orizzonte

e già bussano le mani della luna,

con ali carezzevoli, sulla traccia del vento.

Mai il mio corpo lascerà le serene profondità

in un fluttuante manto di alghe marine,

dietro scie di navi, verso lidi di nostalgia;

non c’è più ritorno dal silenzio;

pescatore il mio cuore, delle cose perdute

nel perpetuo ripetersi del tempo.

© Marisa Cossu

Posso calpestare il silenzio

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Posso calpestare il silenzio questa notte

tra le pareti di una vuota attesa

e un cielo curvo dal volto lunare

affacciato a una finestra aperta;

plenilunio di Marzo, in me si sveglia

desiderio di semi, del tenue vento

di una nuova, sperata primavera;

ma le stelle brillano altrove questa notte

sono con te nel limbo inconoscibile

dove hai portato gli occhi tuoi lucenti

troppo lontano in un’arca di vetro

in fondo al mare della mia memoria.

Posso sdraiarmi questa notte su tappeti

di nostalgia, addormentarmi nella trama

di un sogno e richiamarti indietro

mentre t’inoltri verso la tua luce

dimentico di me, tu Marzo risvegliato

da un altro amore in una nuova vita.

© Marisa Cossu

Il giardino di mia madre

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Il giardino che vidi nei tuoi occhi

era di luce verde:

vi brillavano fiori argentei

lievemente posati

sull’ umido liquore

da cui guardavi il tempo

degli acerbi germogli,

degli stormi passanti

in nastri di ritorno.

Non potevi raggiungermi

per l’ alto muro d’ erba

cresciuto all’ improvviso tra di noi

e mi guardavi, per affidarmi

il mondo con la tua nostalgia.

Avrei preso il giardino di smeraldi

per divenire come tu volevi,

io memoria vivente dell’ attesa,

lascito del tuo inizio, nuovo ciclo.

E fui erba e acqua e cielo e terra

per sentirmi una parte del tuo esistere.

Madre, ti avrei trovata

alla fine dell’ infinito segno

che circoscrive il flusso delle cose?

Fu per te che volai tra i neri uccelli

di un cielo senza luce,

abbagliata dai raggi del tuo volto.

 

UN GIORNO

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images[1] (4) Andrew Wyeth, Christinia’s World   1948

Un giorno me ne andrò

per un velato mistero

dove nessuno senta la mia nostalgia,

ogni parola  aspra sia già detta,

ogni lago di lacrime svuotato,

ogni vuoto colmato da presenze

di vero unico amore.

Porterò nella ripida salita

tutto ciò che ho incontrato

sui gradini di paesi e città,

nelle  mani monete,

così che l’oro della terra

si congiunga al sale

delle profondità marine.

Sarà lontana l’ eco del tuo nome

sopita in cunicoli di neve

e strade d’ erba, fino all’ alta cima.

Con me vengono i colori mutevoli

di tutte stagioni,

il suono delle parole,

la forma delle cose,

il canto di un poeta,

un foglio d’ aria e una piuma

per scrivere un diario, chissà dove,

forse in un cono d’ ombra

che m’ inquieta

per il suo vasto spazio

segreto e impenetrabile

in cui deporre il peso della vita.

Marisa Cossu

A MIA MADRE

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Antonello da Messina, L' Annunciata 1476

(Antonello da Messina, L’ Annunciata 1476)

Ti penso come eri, giovane

nel tuo antico splendore:

alta e pensosa, per la mano rechi

quel figlio che ti ha attesa tanto;

le tue vesti volano senza vento

nel sentiero che percorri sicura.

Hai deposto i giorni del tuo sudario,

il lamento indistinto del passaggio,

di un addio sofferto ed infinito.

Non sono qui solo per il rimpianto

della vita che hai dato come voto;

ti penso con nostalgia del tuo non esserci.

Una gentile voce di preghiera

ha scelto il luogo in cui pietosa,

aspettandomi, mi trarrai a te

nel gesto di un amore che ritorna.

© Marisa Cossu