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Libero verso

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Libero verso,

dove fermo un punto

posa il respiro e la pausa scende

tra parole non scritte,

né annotate sull’arioso spartito

di un insolito canto;

e la conta insegue sillabe nuove,

 ritmi disposti solo nell’animo:

non so che cosa sia, dove origini

l’ armonia vaga , come muova da me

l’irrefrenabile fiume di segni

che pretende il mio dire,

si veste d’infinito,

scava nell’odio e nella festa

e, infine, con me giace

per riposare nell’incerto mito

del mio stolto sentire.

Marisa Cossu

Verità

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Quadro  (allo specchio)

 

Disegnavi con le mani

le tue parole,

i pensieri volavano lievi,

come ali d’uccello

discorrevano sulle labbra

in versi brevi.

 

E sorridevi con gli occhi,

con il corpo illuminato

dall’interno splendore

della tua intima verità,

io già ombra del vissuto

abbandonato alla sera.

 

Non appariva immagine

di forme, linee o punti,

sospesi ai fili delle dita,

destavi senza voce

dal nascondiglio

del tuo essere esistito,

il desiderio di possederti

bene infinito e nudo.

 

Oh divina presenza,

all’apparire ti mostravi vera,

l’essere nell’assenza nascondevi.

Nel divenire incerto della vita,

la mia ombra sbiadiva con la sera

e a me l’avaro tempo ti rubava.

Marisa Cossu

 

 

 

Poesia

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Nell’infinito vagano le stelle…

 

 

Nell’infinito vagano le stelle

lievi segni descritti dalla notte,

strie di vascelli erranti

che vivono d’amore nell’incanto

della volta celeste e delle onde

dove la solitudine è più nuda.

Trascendentale, timida compagna

in quest’ora tu posi sulla fronte

le parole segrete, i suoni rari

che non trovo tra gli altri e mi consoli

mentre mi resti accanto e di te nutri

l’animo mio  e il canto con te rechi

oltre la notte, oltre il nuovo giorno.

Solo con te io  varcherò il confine

dove sono gli opposti delle cose

e li vedrò con lucida chiarezza

per l’unico mistero che li spiega.

©Marisa Cossu

 

 

Il mondo cade

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J. Martin, Apocalisse, 1851-53

Il mondo cade,

cade la notte,

cadono gli oggetti addormentati,

e la terra è vuota, nuda,

ferita dai pensieri costruiti,

antenne e grattacieli inclinati

ammassati nell’abbandono;

gli uccelli hanno piume di ferro

e ancora cadono

frammenti di immagini pensate;

il cielo è fermo in spirali d’ombra,

non ha più forma,

solo apparenza di cose già viste,

dorme sulle pietre rugose

incastonate nel ferro

e le pietre sono parole,

sono memoria indurita.

Perché tutto si svuota

in sottosuoli rovinosi

e altre macerie

innalzano trionfi morituri…

e non c’è neanche un fiore.

©Marisa Cossu

In cerca di parole

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Marc Chagall, La mucca con l’ombrello, 1946

 In casa tra il computer e la finestra, nell’ inutile calda mattina d’estate, cammino scalza in cerca di parole nel libro già letto della mia vita.

Nelle fantasie della memoria, ancora mi appare l’antica musa invitante, adesso che ho deciso di scrivere in poesia l’intimo diario di questa parte di tempo e il sole  mi sta addosso a  riscaldare i ricordi, a illuminare le cose non viste.

Proietto il film della coscienza sulla tela bianca di una tenda appena mossa dal vento; escono da un  rifugio segreto e brillano fuori da me, immagini leggere come piume, quasi inafferrabili comparse senza luogo né tempo; ma ho bisogno delle carezze delle parole e non posso dirlo a nessuno: non capirebbero come esse siano tanto magiche e desiderate, quanto siano musicali e quanto colorino l’universo, quanto consolino le ore in cui da sola mi muovo come un’anima in pena a raccogliere fiori, sensazioni appena sbocciate in un angolo sconosciuto a me stessa.

Mi dicono che non è bene costruire torri di sabbia: all’alba svaniranno per un soffio di vento in un vasto deserto di solitudine; ma ho bisogno delle parole come dell’amore, sia pure in granelli di sabbia, sia pure nel deserto delle emozioni.

Il  compagno della mia vita pensa che io mi stanchi della quotidiana presenza delle parole in fuga che rincorro tenacemente, che mi assenti per troppo tempo in pensieri di nostalgia, in ricordi che fanno male; ma nulla è più malinconico e  banale della realtà vissuta senza poesia, di un corpo senza carezze, di occhi che non possono guardare lontano.

© Marisa Cossu

Finiscono le parole

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Gaetano Previati, Il sogno 1912

Finiscono le parole.

Le consuma la notte

nell’ aranceto dalle piante

incoronate di oscurità,

la notte di polvere nera

posata sui fossi della terra,

la notte del silenzio,

delle parole deposte nude

in un cesto di vimini

in un angolo dimenticato,

quando più nulla origina

dall’ interna passione,

non sale il canto essenziale

dalle zagare profumate.

Finiscono le parole

come spente fiammelle,

non significano nulla,

non pesano, non parlano,

vuote attendono che fiorisca

il giardino dello spirito,

che s’ illumini dei gialli

miracoli invocati.

Ora una dolce  tristezza

affonda radici nel ventre

oscuro e molle della terra;

sopra di me piante distorte

ed incompiuti tronchi

hanno voce di tempo

troppo antico per la memoria.

Anch’ io ho i miei frutti,

ma stanno per essere raccolti

da qualcuno che non conosco,

entrano in un’ altra storia,

mentre la mia anima fluttua,

si dissolve nella nera notte.