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Ma non si vede

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Ma non si vede il cielo

da questo tetto d’ombra

della città di pietra; ma l’afflato

dei vivi, anime oranti,

versa voci di attesa nell’eterno.

E camminiamo insieme all’accaduto;

della stessa sostanza vivi e morti:

il memore rimpianto del passato,

il distinguersi nel comune fato,

è illusione evocata,

è misura dei nostri passi incerti

nell’infinita logica del tempo.

Marisa Cossu

 

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Su foglie

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Alfons Mucha, Autunno, 1896

Alfons Mucha, Autunno, 1896

 

Su colorate foglie d’autunno

ci sono i passi  della bambina

che in me cantava voci di bosco,

il vago suono del vento, la trama

dei rami pendenti da un cielo

trapassato da una lama di sole.

Indaghiamo il  limitato universo,

ci appropriamo delle cose che mai

sentiremo allo stesso modo ,

che sedimentano scorie di magia

nella semplice visione interiore

prima che il tempo trasformi

il possibile nucleo del divenire

in quelle che saremo per sempre;

ma altrove ti trascina il tempo

dove il mondo ti mostrerà  volti

di pietra induriti dal male,

una conca d’acqua evaporata,

montagne di sale, dolore vivo,

il ventre vuoto di madri, guerra.

La morte dissimula la vita,

breve illusione di un attimo

creduto eternamente vero,

perché io sia oggi quel che sono,

disincantato groviglio di memorie

abbandonato nelle mani del tempo.

©Marisa Cossu

Memoria

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Marisa Cossu

640px-Giotto_-_Scrovegni_-_-36-_-_Lamentation_(The_Mourning_of_Christ)[1] Giotto, Compianto sul Cristo Morto affresco

                                                                                           Cappella degli Scrovegni 1303-1305

Qui mi confronto

con il granito,

custode della morte;

al suo volto di pietra

congiungo la mia immagine

nel profondo silenzio

in cui scava la fredda realtà

che sottrae all’ anima

la musica e la luce

e le conserva

in un giorno d’ autunno,

nella pioggia di fiori

caduta sul ricordo.

Fingo che sia vita

anche questo mistero

che allunga la sua ombra

sulla fine del tempo.

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L’ archeologo

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giorgio_de_chirico_006_archeologo_1927[1]

Giorgio De Chirico, L’ archeologo, 1927

Riappropriarsi di sé,

lasciare ad altri

la vuota archeologia

della città di pietra;

la paura di vivere

edifica cortine

di pensieri d’ argilla

dove il tempo entra

con l’ immobile polvere

e le cose  rifugiano

l’ ultimo alito di poesia

nell’ombra che sovrasta le pietre

trasformate in memoria.

Dove il sottosuolo si apre

a nuove costruzioni,

posa mattoni di fantasia

sulle rovine e le ingiurie

tu ci sei; senza volto siedi

sui gradini del dubbio,

senti il vuoto alle spalle

e provi incerto e solo

l’ansia per il futuro.

UOMO

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R. Magritte, Figlio dell' uomo 1964

R. Magritte, Figlio dell’ uomo 1964

UOMO

pieno di nulla

del vuoto di te stesso

 presenza muscolare

 ricolma di rumore

di apparenza

tu vivi

OMBRA

fatta di fango

  riflesso di specchio

trafitto dalla lama

del messaggio

stellare

 CERCHI

il tuo vero volto

tra l’ estranea folla

 cembalo scartato e solo

dall’ abisso distante

chiami la vita

un nome

una

PAROLA