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Sera d’ottobre

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aerea[1]Taranto, Isola e ponte girevole.

 

Mite sera d’ ottobre,in te discendo

con l’ ultimo bagliore di sole

nel violaceo orizzonte

e ammiro la nascente luna e la sua stella

affacciate sulle bianche terrazze

della città marina.

Qualcuno è entrato prima di te

negli antichi palazzi di carpora e tufo

a spogliare la vita

nelle viuzze dell’ Isola,

nelle case dagli occhi spalancati,

nei portoni dimenticati

abbandonati al tempo,

che tu ricopri con amorosa cura

col perlaceo mantello.

In te mi perdo e seguo il segno

di un vicolo di antica pietra

dove un lampione

se ne sta in disparte nell’ odore del mare

e mi accompagna nella notte

annunciata dall’ umido scirocco

che sa di sale e di uccelli marini.

Forse è il presagio di un inverno

privo d’ alberi e foglie, senza rifugio

per incontrare in sogno un’ emozione

di smaglianti colori.

Sono lontani gli alberi che costeggiando il mare

s’ infittiscono in pinete piene di suoni

dove le canne ondeggiano al soffio della brezza.

Ora mi parli dell’ inverno e mi mostri i suoi segni

da te ancora addolciti, e mi trattieni

sull’ umido selciato di un deserto molo

dove anch’ io sia preda dei gabbiani

che sorvolano il porto tra alte grida.

Il marinaio

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Scrivo d’un marinaio,

uno che amava donne di riviera

profumate di sale, generose e ridenti

sulle porte dei caffè nelle case del porto,

dove in vicoli stretti si dipanano reti

legate a canzoni di mare.

E l’antico orologio batte un’ora

accaduta nel passato tra i veli zampillanti

di una bianca fontana da una conca di pietra.

Il vecchio siede a rimirare il mare,

la sua vita lontana,

ma più non canta, aspetta l’ora nuova

per navigare verso l’altra riva.

Marisa Cossu