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Senza tempo

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1- Paestum

Paestum

Senza tempo

 

Forse nessuno prima aveva visto

sostare sulla riva un vecchio cieco,

un uomo antico, un mitico poeta,

mentre rivolto al mare

ne ascoltava la voce

e ne cantava assorto, le avventure,

il risonante sciogliersi dell’onda

in schiuma di memoria.

Con lui era già il mio canto di fanciullo,

il lancio delle pietre a pelo d’acqua

o nell’esigua ampolla che dalle rocce

in mare si riversa.

Era il Galeso, amato dai poeti

per il dolce falerno,

il luogo a me più caro.

E il mito era già lì,

con me veniva tra voci di vento

in un libro consunto,

un De Chirico falso degli sposi

nell’ abbraccio d’addio.

Nessuno aveva visto a me vicina

Andromaca tremante:

nel fragore dei flutti cade il pianto

che di dolore muove e gonfia l’onda.

Fulgido scudo ancora in me risplende

e il tempo non esiste:

il tutto regna insieme,

anche il mio smarrimento

vile, che via facendo, perde il senso

di ciò che meraviglia.

Se tutto scorre, sulle pietre resta

tra salici piangenti la presenza

del canto che mi danza in petto adesso,

qui, dove si dipana il libro informe

del mio pensiero vano.

Marisa Cossu

Potrei vivere per sempre

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bild[1]

Lucio Fontana, Concetto spaziale, 1949

Potrei forse vivere per sempre

e mai conoscere la città dell’uomo,

solo alla fine incontrerei l’enigma

della caduta, nel casuale errore,

quando il corpo frana con un gemito

nella sconfitta dello smarrimento.

Qualcuno laverà lo scudo franto

con acqua di trasparente verità

solo in brevi attimi di redenzione;

ma non  mi salverà dalla colpa vivente,

dal male oscuro della mia estraneità,

come dio distante, flesso su se stesso

a contemplarsi prima di svanire.

© Marisa Cossu