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DOPO AUSCHWITZ

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Imm. dal web

DOPO AUSCHWITZ

Dopo Auschwitz, ammesso che sia possibile ritenere conclusa la caduta dell’uomo; dopo la perdita dell’umanesimo, dopo gli orrori dei genocidi, dopo le più atroci conseguenze del razzismo e dell’odio per il diverso, e mentre ancora il Male si affanna ad annientare ovunque i residui barlumi di umanità, seppure debolmente presenti nel mondo contemporaneo, molti si chiedono se la poesia non sia morta con la pietà, se essa abbia ancora la forza di riassumere senso e valore.

Vi sono baratri che non trovano corrispondenza nella parola e macerano le coscienze nella memoria; non è sufficiente ricordare perché ancora e sempre nasceranno dai vinti e dagli sconfitti grida di dolore che molti tenteranno di soffocare.

Può l’uomo toccare il fondo della sua bestialità e riemergere dalla totale disumanizzazione, dalle rovine e dalle ceneri dell’anima anche ravvivando la fiamma della poesia?

Mi piace citare Theodor W. Adorno:

“Il dolore incessante ha tanto diritto di esprimersi quanto il martirizzato di urlare. Perciò forse è falso aver detto che dopo Auschwitz non si può più scrivere una poesia … L’Arte che non è più affatto possibile se non riflessa, cioè presa se non come problema, deve da sé rinunciare alla serenità. E la costringono innanzitutto gli avvenimenti più recenti, il dire che dopo Auschwitz non si possono più scrivere poesie non ha validità assoluta, è però certo che dopo Auschwitz, poiché esso è stato e resta possibile per un tempo imprevedibile, non ci si può più immaginare un’arte serena”.

Marisa Cossu

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Il filo d’erba

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Dalla fessura aperta tra le zolle

esile filo d’erba, cercando il sole

tra le pietre appari del durevole

tempo di neve e gelo

e nasci unico e solo dalla terra.

Si tinge il campo della forza verde

che fuori ti sospinge

perché tu spieghi il senso della vita

e della tua prigione,

del ritorno del tempo nel suo flusso

di morte e vita senza una ragione.

 

L’apparente mistero ora m’inquieta

quando nell’erba leggo l’io profondo

della città deserta del dolore

filo verde d’attesa

nuova speme da compiere vivendo

nella vasta ferita dove il tempo

pesa la sua misura di fatica

appare eterno e come stella muore.

Marisa Cossu

In cerca di poesia

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8da476f72f06a276b1f930cdb28c21f1_XL[1]In cerca di poesia, di senso e di parole

cammino per un fiume senza sponde:

ci sono alberi ingoiati dalla notte

piantati nella palude del vuoto,

un uccello nato dalla mia mente

fugge tra rami dove la luce

è divisa da alti pioppi emersi,

senza radici corrono dietro al sole,

seguono come ombre lineari

la cetra di un dio, si muovono,

si spengono nel tramonto,

sillabano con il vento il loro senso,

si levano dal mio tronco d’ anima,

trascinano il mio vuoto altrove.

 

La mia voce è un balbettio

ripete sillabe e lettere, non è  parola.

La parola è in alto, dove non ho forza,

troppo perché possa raggiungerla.

Il suono e  la ragione, nascono

da quel  vuoto sradicato,

da un ferro conficcato nella carne,

da una rossa ferita che grida il dolore

e da quel sangue sale e respira,

esce da un vasto  corpo di terra;

non ha limiti l’attesa,

la parola si forma, zampilla,

è segno della ferita scavata

nella solitudine visionaria

di un mistero inconoscibile,

cicatrice e nuova creatura.

©Marisa Cossu

 

 

 

Su questa poesia

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Cammino adolescente

su questa poesia

e  ripercorro i passi,

i pensieri della notte

che veniva  al mio cuore

agitato dalla vita scoperta,

dall’ansia d’incontrarla

e vedere dove esistono

le parole del futuro,

dove sono scritte,

da quale pagina

ogni lettera scomparsa

torna al suo senso,

un prato per volare

con la pagina d’ incantata

giovinezza.

E tu eri già nei versi

e con me venivi nel vago

componimento del tempo,

nell’antica metrica infallibile,

lontana come il poema

che dentro cantava l’amore,

ricerca indistinta di te,

voglia di sorprendermi

quando la luna va a dormire

dietro la montagna;

 pensare di abbracciare

l’alba della vita,

imprimerla nel mio foglio

in modo indelebile,

lasciarmi un giorno confortare

dall’adolescente poeta

che ancora mi danza in petto

e accende speranze

mentre si fa sera.

 Marisa Cossu

LA VOCE DEI DIPINTI

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Caravaggio, La Conversione Di San Paolo 1601

Caravaggio, La Conversione Di San Paolo 1601

Silente poesia

segno senza parola

pensiero rivelato dalla mano

che diede forma e senso al tuo mistero,

allo spazio recluso in cui trattieni la bellezza

evanescente e vera, e appari come sei,

creatura di tutti e di nessuno,

senza tempo né luogo, immobile ed eterna.

Un’ idea, un pensiero, un’ invenzione

venuti a disegnare con mondi di colore

la storia delle immagini create dalla mente.

Io sento la tua voce appassionata

intrisa di memorie e in me si accende

la ragione della tua presenza

unica e originale, imitazione

di ciò che appare in te voce interiore,

e canto dello spirito,

linguaggio più sonoro

che parola