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LA TEMPESTA

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La tempesta

( Rondò)

 

 

Non la notte stellata mi sorprende

ma del Giorgione quella gran tempesta

che scoppia sulle case e poi s’accende

nel lampeggiante guizzo che s’appresta

 

sul paesaggio e l’uomo, mentre a festa

celebra le faccende quotidiane

e, indifferente al grigio auspicio, resta

in quel mistero di sembianze vane.

 

La storia passa per stagioni arcane

nella città silente: ore dipinte

in tetti, archi, rovine più lontane,

fitto il fogliame in rugginose tinte;

 

irrompe intanto il lampo tra le quinte

e del mistero spiega la ragione

che più m’inquieta: ora sono vinte

le umane forze, giunte a soluzione

 

le domande sul senso, l’emozione

mancante per l’accendersi del tuono,

indifferenza o incuria, sensazione

d’umano orgoglio dell’essere mai prono.

 

Quale distanza tra il sentire e il dono

dell’armonia che spiega la pochezza

di quel che siamo quando giunge il Trono:

sogni noi siamo pieni d’incertezza.

Marisa Cossu

Questo libro

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2na2zdh[1]

 

Questo libro, la mia vita,

queste pagine di carta ingiallita,

non lo vedrà nessuno,

e nessuno leggerà nell’inchiostro

la pena della mia mano.

Sto lasciando al nulla

i versi che mi bruciano l’anima,

i pensieri della  notte d’autunno

che alita il maestrale

sulla lucerna tremolante.

Questo foglio pieno d’ombra,

la mia storia superata,

divisa in pagine numerate,

in paragrafi definiti;

il mio ordine senza ragione

andrà come le foglie

in un rigagnolo di pioggia

per versarsi nel mare

dove tutto scorre per il suo verso

e ritorna sempre

come nebbia evanescente.

Marisa Cossu

 

Finiscono le parole

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Gaetano Previati, Il sogno 1912

Finiscono le parole.

Le consuma la notte

nell’ aranceto dalle piante

incoronate di oscurità,

la notte di polvere nera

posata sui fossi della terra,

la notte del silenzio,

delle parole deposte nude

in un cesto di vimini

in un angolo dimenticato,

quando più nulla origina

dall’ interna passione,

non sale il canto essenziale

dalle zagare profumate.

Finiscono le parole

come spente fiammelle,

non significano nulla,

non pesano, non parlano,

vuote attendono che fiorisca

il giardino dello spirito,

che s’ illumini dei gialli

miracoli invocati.

Ora una dolce  tristezza

affonda radici nel ventre

oscuro e molle della terra;

sopra di me piante distorte

ed incompiuti tronchi

hanno voce di tempo

troppo antico per la memoria.

Anch’ io ho i miei frutti,

ma stanno per essere raccolti

da qualcuno che non conosco,

entrano in un’ altra storia,

mentre la mia anima fluttua,

si dissolve nella nera notte.