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Memoria persa (2)

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Frida Kahalo, Le due Frida 1936

 

 

Pane dorato, franto da una lama

di sole, ultimo raggio, è il volto tuo

 dai solchi della trebbia

 segnato ed appassito

 mentre crescevo, esile spiga d’oro,

sotto il tuo sguardo mite;

ma il grano muta in pane,

 in te si chiude di parola il suono;

negli occhi laghi di umido smeraldo,

dove i pensieri e la memoria persa

nei lembi della sera hanno dimora.

Il tuo viso di terra nutre ancora

la mia anima e il corpo:

 impallidiscono i confini noti;

il vento soffia le morte stagioni,

 scaglie impalpabili del tuo perderti

vanno lontano, lievi,

forse in un gioco d’ombra

dove ti seguo muta a poco a poco.

Ti sono madre nella triste pena,

fantasma d’espiazione,

e ti assecondo in questo strano vuoto.

Marisa Cossu

 

Perduto amore

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pianto-d-amore-giorgio-de-chirico[1]

G. de Chirico, Pianto d’ amore

Nuvole vanno dal pensiero al vento

mentre mi stringe al petto il mio patire,

il fuoco che bruciava ora s’è spento

in un gran vuoto che non so capire.

 

Ansia mi prende e un grave peso sento,

intimo male duro da lenire,

quando cancella il vero sentimento

di questo amore che non può finire;

 

racchiudo versi in piccolo sonetto

a ripensare al nulla che mi assilla,

persa mi sento  in questa cupa assenza;

 

quasi vien meno il ben dell’intelletto

né trovo un fine per la mia presenza

ora che spenta è l’ultima scintilla.

Marisa Cossu

E non trovo

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E non trovo certezze

nelle tracce dell’essere esistito,

né l’esistente dall’umano volto

giustifica il mistero

degli albori del tempo e della fine;

soltanto un grande vuoto da colmare

con parole leggere,

senza peso sulle mie spalle d’ossa

e sull’ombra piantata nella terra

dove, impotente, il sogno

tenta il volo per la volta infinita;

poi ripiega nel nulla,

vi ricade senza sapere mai

dove splenda bellezza

che illumini di vero la ragione.

Marisa Cossu

INDIFFERENZA

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Io ed EGO

L’indifferenza è il veleno del nostro tempo egotico, l’inquinamento globale della coscienza, l’inferno soggettivo e sociale in cui l’individuo elide l’altro da sé ripiegando su se stesso e sui propri esclusivi bisogni.

A rendere possibile questo innaturale comportamento umano, a portare l’uomo fuori dalla sua naturale predisposizione alla socialità, molti fattori storici, politici, economici e tecnologici , sono intervenuti in modo quasi incontrovertibile, modificando la percezione stessa delle relazioni interpersonali e la consapevolezza di essere,sebbene diversi, parti dello stesso universo, dita della stessa mano.

L’indifferenza è assenza di emozioni e sentimenti, chiusura nel malessere personale e sociale che divora ogni slancio vitale e cancella le forme più aperte di comunicazione.

È distacco intellettuale e affettivo dall’umanità propria e dall’umanità  contemporanea, ma anche indisponibilità a guardare in volto il dolore, il male riflesso nello specchio dei propri occhi.

Una fuga nel vuoto della consapevolezza…deprivazione.

Ed ecco che l’uccello nero dell’ansia entra nella nostra testa, si nutre del nostro tempo, ci toglie il canto e il respiro, senza che nessuno spieghi come uscirne, che cosa fare, come si amo potuti giungere fin qui.

Marisa Cossu

Temo

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Paul Gaugoin, Autoritratto, 1893

 

Non l’inferno m’angustia,

nell’esistenza tenace si annida;

non il buio di mondi sconosciuti,

né il peso di un’eterna notte di pece;

ma che si resti sospesi in un vuoto

e non ci sia mai vera certezza,

che mai si possa conoscere

un barlume di umanità.

Temo che la superbia non possa mai

chiarire il nulla della vita,

che essa sia un vuoto pieno di vuoto

dove pendono tracce, punti e linee,

segni confusi tra l’esistente e l’eterno.

E la luna  ci guarda, spegne le cose

senza vederle e continua a splendere

sull’immensa tragedia del male,

sulle desertificate città dell’uomo

dove le croci hanno deposto il carico

di dolore e perso anche i chiodi,

e restano in legni ammucchiati

nell’inutile silenzio dei vivi.

Temo, non ci sia l’uomo dove io cerco

ma una traccia sperduta e spenta

strisciante ai piedi dell’infinito

e, temo, che lentamente con essa

mi stia spegnendo anch’io.

©Marisa Cossu

 

L’albero rosa

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Michele Cascella, Alberi con casa

É il risveglio dell’albero rosa:

ora gode la precoce primavera

vestito da una cupola di fiori;

non sarà felice per sempre,

né rallegrerà il mio sguardo

quando leggerò il freddo mistero

che lo spoglia, strema il passero

e  i colori  ruba in un brivido cupo.

Già la pioggia annebbia il cielo;

non c’è scampo alla parabola

che innalza il culmine di gioia

per gettarlo repentino nel vuoto.

Se potessi essere quell’albero,

addormentato nel crepuscolo

dell’ autunnale temporaneità,

e svegliarmi ogni volta per sempre

dal fondo dei miei giorni finiti,

essere come nuova creatura

nell’appagato ritorno degli uccelli.

©Marisa Cossu

In cerca di poesia

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8da476f72f06a276b1f930cdb28c21f1_XL[1]In cerca di poesia, di senso e di parole

cammino per un fiume senza sponde:

ci sono alberi ingoiati dalla notte

piantati nella palude del vuoto,

un uccello nato dalla mia mente

fugge tra rami dove la luce

è divisa da alti pioppi emersi,

senza radici corrono dietro al sole,

seguono come ombre lineari

la cetra di un dio, si muovono,

si spengono nel tramonto,

sillabano con il vento il loro senso,

si levano dal mio tronco d’ anima,

trascinano il mio vuoto altrove.

 

La mia voce è un balbettio

ripete sillabe e lettere, non è  parola.

La parola è in alto, dove non ho forza,

troppo perché possa raggiungerla.

Il suono e  la ragione, nascono

da quel  vuoto sradicato,

da un ferro conficcato nella carne,

da una rossa ferita che grida il dolore

e da quel sangue sale e respira,

esce da un vasto  corpo di terra;

non ha limiti l’attesa,

la parola si forma, zampilla,

è segno della ferita scavata

nella solitudine visionaria

di un mistero inconoscibile,

cicatrice e nuova creatura.

©Marisa Cossu

 

 

 

L’incantesimo del vuoto

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Incantesimo del vuoto,

leggerezza sublime del non esserci,

restare in opposti confini

dove l’amore si annulla nel silenzio

e i pensieri cadono irrealizzati

in isolate stanze di sole.

Quale grave forza del vuoto

nel suo vortice necessario

depone la paura del vivere,

quale menzogna pervade

le radici dell’ansiosa realtà.

Quale vita è questa

che ruba il tempo,

quale incantesimo è questo

che solleva il dolore

e lo lenisce nell’imbuto del vuoto.

©Marisa Cossu

E sarà la notte

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maldive-spiaggia-notte[1]

Quando il mare avrà cantato

tutte le canzoni e le conchiglie

non avranno più voce;

quando gli uccelli avranno smesso

di attraversare l’orizzonte

nella dorata vastità del tramonto;

quando sulla terra gli alberi

avranno perso le foglie

al soffio del vento

ed io sarò l’ultima, tremante,

pronta a volare nel mormorio

di quelle appena ammucchiate

in un vortice d’aria dimenticato;

…E sarà la notte.

Allora l’infinito aprirà le braccia,

mi stringerà a sé, cosa tra cose,

lamento e gioia di un attimo di verità.

E tu dove sarai, in quale gioia

o dolore dovrò cercare la tua forma

perché la tua bellezza ancora riempia

il vuoto scavato dalla notte.

© Marisa Cossu