Archivi tag: vuoto

Attesa

Standard

Cigno

Attesa

E non farà rumore la Bellezza,

forse in silenzio e pura,

sarà soffio di pioppo alla mia porta,

una lanterna fioca nella notte,

un bisbiglio di petali dischiusi

al davanzale di una gioia breve.

Ma non avrà bisogno di parole,

né poetico canto avrà descritto

il tempo che si appresta;

non saprò cosa gemmi dal torpore

di un oscuro destino,

parte migliore,forse, di me stessa;

lo accettai per soffrire ,

espiando la vita a me concessa

in cerca di una luce.

Qualcosa già mi chiama nella sera,

muta, velata dal groviglio stretto

delle passioni che per questa vita

camminamenti scavano nel vuoto,

nel lungo viaggio tra l’abisso e il sole.

 Appare all’improvviso  il mio ristoro,

quell’amore che solo

giustifica la vita:

solo alla fine lieve spicca il volo

il cigno che nel fango s’è smarrito

ed è Bellezza, adesso, che intravedo.

Marisa Cossu

Aspetterai

Standard

dipinto-quadro-tramonto-con-stormo-di-uccelli-474_LARGE[1]

Senza di me navigherai sperduto

per onde e mari dalle vaste rive

e non potrai voltarti per vedere

che cosa mi trattiene e lega a terra.

 

Aspetterai che il passero ritorni,

come ai bei tempi, a saltellarmi intorno,

che mi susciti amore e una carezza;

ma null’altro che il vuoto mi raccoglie,

 

la notte mi ghermisce per la veste,

 liquida mi discioglie nella forma

dell’acqua senza posa e sono fiume

 cantato dai poeti, quel Galeso

 

dove vivemmo il mito , il dolce vino,

l’incanto della prima giovinezza.

Tu, Sole, eterno passi in alto: segui

quell’arco che ci sfugge e in ombra muore.

Marisa Cossu

Lo spessore del vuoto

Standard

Quadro Infinito V. Catalano

V. Catalano, Infinito

Riappare nel sogno l’antico splendore di un giorno

felice ormai spento, quel dolce sapore vissuto

di un bacio rubato nell’arco di un viale che reca

tra i pini rotondi, un garrulo coro di uccelli.

È il tempo di vita concessa agli ignari mortali;

ma subito fugge. Del bene vissuto non resta

che lieve profumo di rose lasciate a se stesse

nel vuoto spessore notturno di fragili cose,

riflesso di luna: l’amore così si consuma.

Marisa Cossu

Memoria persa (2)

Standard

Created using eddy's pixelmaxx

Frida Kahalo, Le due Frida 1936

 

 

Pane dorato, franto da una lama

di sole, ultimo raggio, è il volto tuo

 dai solchi della trebbia

 segnato ed appassito

 mentre crescevo, esile spiga d’oro,

sotto il tuo sguardo mite;

ma il grano muta in pane,

 in te si chiude di parola il suono;

negli occhi laghi di umido smeraldo,

dove i pensieri e la memoria persa

nei lembi della sera hanno dimora.

Il tuo viso di terra nutre ancora

la mia anima e il corpo:

 impallidiscono i confini noti;

il vento soffia le morte stagioni,

 scaglie impalpabili del tuo perderti

vanno lontano, lievi,

forse in un gioco d’ombra

dove ti seguo muta a poco a poco.

Ti sono madre nella triste pena,

fantasma d’espiazione,

e ti assecondo in questo strano vuoto.

Marisa Cossu

 

Perduto amore

Standard

pianto-d-amore-giorgio-de-chirico[1]

G. de Chirico, Pianto d’ amore

Nuvole vanno dal pensiero al vento

mentre mi stringe al petto il mio patire,

il fuoco che bruciava ora s’è spento

in un gran vuoto che non so capire.

 

Ansia mi prende e un grave peso sento,

intimo male duro da lenire,

quando cancella il vero sentimento

di questo amore che non può finire;

 

racchiudo versi in piccolo sonetto

a ripensare al nulla che mi assilla,

persa mi sento  in questa cupa assenza;

 

quasi vien meno il ben dell’intelletto

né trovo un fine per la mia presenza

ora che spenta è l’ultima scintilla.

Marisa Cossu

E non trovo

Standard

 

image[1] (2)

E non trovo certezze

nelle tracce dell’essere esistito,

né l’esistente dall’umano volto

giustifica il mistero

degli albori del tempo e della fine;

soltanto un grande vuoto da colmare

con parole leggere,

senza peso sulle mie spalle d’ossa

e sull’ombra piantata nella terra

dove, impotente, il sogno

tenta il volo per la volta infinita;

poi ripiega nel nulla,

vi ricade senza sapere mai

dove splenda bellezza

che illumini di vero la ragione.

Marisa Cossu

INDIFFERENZA

Standard

io-ed-ego[1]

Io ed EGO

L’indifferenza è il veleno del nostro tempo egotico, l’inquinamento globale della coscienza, l’inferno soggettivo e sociale in cui l’individuo elide l’altro da sé ripiegando su se stesso e sui propri esclusivi bisogni.

A rendere possibile questo innaturale comportamento umano, a portare l’uomo fuori dalla sua naturale predisposizione alla socialità, molti fattori storici, politici, economici e tecnologici , sono intervenuti in modo quasi incontrovertibile, modificando la percezione stessa delle relazioni interpersonali e la consapevolezza di essere,sebbene diversi, parti dello stesso universo, dita della stessa mano.

L’indifferenza è assenza di emozioni e sentimenti, chiusura nel malessere personale e sociale che divora ogni slancio vitale e cancella le forme più aperte di comunicazione.

È distacco intellettuale e affettivo dall’umanità propria e dall’umanità  contemporanea, ma anche indisponibilità a guardare in volto il dolore, il male riflesso nello specchio dei propri occhi.

Una fuga nel vuoto della consapevolezza…deprivazione.

Ed ecco che l’uccello nero dell’ansia entra nella nostra testa, si nutre del nostro tempo, ci toglie il canto e il respiro, senza che nessuno spieghi come uscirne, che cosa fare, come si amo potuti giungere fin qui.

Marisa Cossu

Temo

Standard

 

image[1]

Paul Gaugoin, Autoritratto, 1893

 

Non l’inferno m’angustia,

nell’esistenza tenace si annida;

non il buio di mondi sconosciuti,

né il peso di un’eterna notte di pece;

ma che si resti sospesi in un vuoto

e non ci sia mai vera certezza,

che mai si possa conoscere

un barlume di umanità.

Temo che la superbia non possa mai

chiarire il nulla della vita,

che essa sia un vuoto pieno di vuoto

dove pendono tracce, punti e linee,

segni confusi tra l’esistente e l’eterno.

E la luna  ci guarda, spegne le cose

senza vederle e continua a splendere

sull’immensa tragedia del male,

sulle desertificate città dell’uomo

dove le croci hanno deposto il carico

di dolore e perso anche i chiodi,

e restano in legni ammucchiati

nell’inutile silenzio dei vivi.

Temo, non ci sia l’uomo dove io cerco

ma una traccia sperduta e spenta

strisciante ai piedi dell’infinito

e, temo, che lentamente con essa

mi stia spegnendo anch’io.

©Marisa Cossu

 

L’albero rosa

Standard

91[1]

Michele Cascella, Alberi con casa

É il risveglio dell’albero rosa:

ora gode la precoce primavera

vestito da una cupola di fiori;

non sarà felice per sempre,

né rallegrerà il mio sguardo

quando leggerò il freddo mistero

che lo spoglia, strema il passero

e  i colori  ruba in un brivido cupo.

Già la pioggia annebbia il cielo;

non c’è scampo alla parabola

che innalza il culmine di gioia

per gettarlo repentino nel vuoto.

Se potessi essere quell’albero,

addormentato nel crepuscolo

dell’ autunnale temporaneità,

e svegliarmi ogni volta per sempre

dal fondo dei miei giorni finiti,

essere come nuova creatura

nell’appagato ritorno degli uccelli.

©Marisa Cossu